Il popolan Burlamacco (racconto in versi)

Rullino le trombe, squillino i tamburi,

oppure l’inverso se vi fa star più sicuri.

Questa è la storia del popolan Burlamacco

che amante del suolo, pauroso dell’acque,

fu spronato al bel bagno dal quale rinacque

dall’amore, dal cuore e dal pubblico smacco.

Deriso da tutti in virtù del su’ timore,

povero in canna e con cenciosi vestiti

passeggiava vagabondo pel suo paese

quand’egli non pregava Iddio buon signore

di dotarlo come gli altri di quei siti,

farlo pescatore, o edurlo a qualch’arnese.

Al suo sol passaggio ridean gli amici,

satolli e briai di marinari banchetti,

che ancor più affamati dalle grasse risa,

non gli lasciavano punto un paio d’alici.

In fronte alle madri santi e chierichetti,

soli e nel buio satanassi in divisa.

Ironia volle che il pavido accattone

s’innamorasse della dolce monna Ondina,

figlia del re dal villaggio assai amato,

rispettato per l’onore e la disciplina

che a causa di lei era nervoso, crucciato,

temendo per il destino del suo blasone.

Dolce e affettuosa era monna Ondina,

pare sì detta perché in mare concepita,

ma non reggeva quanti proposti per marito

dal regale padre e dalla corte riunita,

che con fare lezioso e sgarbo inaudito

la scocciavan con quei tormenti da sposina.

Un dì Burlamacco coraggioso ei tremava,

scorgendo al mercato sol sola la Ondina

le si fece dappresso e azzardò “Madama,

posso esser suo servo per questa mattina?”

“Di servitù ne ho zeppa la corte, le dico,

mi lusingherà se vorrà essermi amico.”

Dalla gioia quasi piangeva a dirotto,

ringraziò la Madonna per il folle coraggio,

ma in breve il sogno fu presto interrotto

dalla tonante voce del signore “Oltraggio!

– s’odì provenir dalle parti del porto –

Lascia quel villico e rimandalo all’orto.”

Il poverino rimase solo e di sasso,

tristezza lo colse come un frutto dal ramo,

sprofondar volea alla ricerca del core

il cui tonfò s’odì fin al centro del sole.

Gli amici insolenti del destino gramo

scambiaron du’ sguardi immaginando lo spasso.

L’accerchiaron in breve mimando compassione

e gli dissero: “O Burlamacco, delafia,

non starti a crucciare per questo insuccesso,

potresti esser il Papa, sarebbe lo stesso.

Maestà ha smarrito buffone e ironia,

ma ciò, per te, potrebbe essere un’occasione.”

“Si pensava tra noi, tutti insiem ragionando,

forse una via ancor potresti tentare:

proponiti a corte come nuovo giullare!”

Incerto se accogliere o meno l’invito,

il tapino alfine accettò lo spartito.

“Bravo, per Giove, non si vive se non osando!”

“Prima di ogn’altro occorrerà un bel vestito.

Indossa questo gran tubo per farti più grosso,

ravviviamolo tutto col bianco e col rosso.”

“Guarda un po’ cos’ho qui, mio buon Burlamacco,

col pon pon sulla buzza al re darai scacco.”

Bicorno e trucco completano il servito.

Impaziente, ramingo ei attese nascosto

che giungesse il momento per quanto proposto.

In piazza centrale eran re e principessa,

li si parò innanzi come per cantar messa.

Agitando du’ biglie saltando su un dito,

non ottenne risa, ma un regale grugnito.

“La misura è colma, perverso e maligno,

ma come, dei tuoi compari non noti il ghigno?”

Burlamacco aprì l’occhi e scorse sberleffi

venir d’ogni lato, sopra e sotto i baffi.

Vergogna e rabbia fece in lui capolino,

vinse fobie e prese scoglio per trampolino.

Ondina pietosa lo tentò un salvataggio,

ma Fato né Dio premiarono il coraggio.

Precipitando giunse l’abbraccio agognato,

un amore fugace, intenso e prezioso,

insiem per la vita e l’etterno riposo,

da allora e per sempre ognor celebrato.

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