Il silenzio

«Il silenzio. Cos’è il silenzio? Mancanza di rumore? Assenza di suoni? Incapacità di percepire il brusio di sottofondo che accompagna ogni nostro passo, ogni nostro movimento, ogni singolo impercettibile attimo del nostro essere vivi? Ma soprattutto, c’è una cosa che ho tenuto sempre presente eppure taciuta in ognuna di queste possibili risposte. Il suo essere un qualcosa di meno da qualcos’altro; il silenzio è stato sempre definito in negativo. Domandiamoci: sarà la via giusta?

Ditemi voi: cos’è per voi il silenzio?

Voglio una relazione scritta per la prossima settimana, di almeno dieci pagine in corpo undici, interlinea uno e mezzo. E ricordate di andare a capo almeno ogni cinque righe di testo e mai prima di due. Non cercate di fare i furbi, o il voto sarà negativo.»

Così il professore di filosofia assegnò ai suoi studenti i compiti per la lezione successiva. Nessuno di loro avrebbe mai svolto quel compito, al massimo avrebbero cercato fortuna su internet digitando “silenzio” e “filosofia”, aggiungendo un paio di nomi degli ultimi autori studiati e con un bel copia e incolla il compito era bell’e fatto.

Neanche Marina aveva alcuna intenzione di svolgere quel tema, però doveva. Il professore l’aveva presa di mira, a suo dire, e nelle ultime tre interrogazioni non era mai riuscito a scucirli più di un cinque e mezzo.

La filosofia non riusciva proprio a interessarla, non l’appassionava, non la stuzzicava, non le andava proprio a genio. Tutti quei discorsi le sembravano vuoti e ridondanti, non capiva perché complicarsi una vita già abbastanza difficile con quel lambiccarsi di cervello.

Il silenzio. E che importava a lei, del silenzio? Aveva già abbastanza da preoccuparsi per sé e i suoi pensieri non certo consoni alla sua età, ma che erano il diretto risultato della sua storia.

Aveva lasciato il suo Paese all’età di cinque anni, adottata da una famiglia che le voleva molto bene, certo, ma non era la sua famiglia. L’avevano ribattezzata Marina, nome curioso per una bambina nata nel deserto. Ricordava ancora il caldo abbraccio di sua madre quando si salutarono nel cuore del Sahel con la promessa inespressa di rivedersi al più presto. Un voto che nessuna delle due avrebbe mai mantenuto, ma che era l’unica speranza che riusciva a scaldarle il cuore.

Erano passati ormai più di dieci anni da quell’abbraccio, eppure sentiva ancora addosso, sulla spalla sinistra, quel mento smunto e spigoloso sporco di sabbia incidere sulla sua pelle il marchio indelebile dell’amore. La madre aveva provato a spiegarle perché la stava mandando via, in Europa: aveva compiuto quella dolorosa scelta per darle un futuro migliore, per donarle quelle opportunità che nel loro villaggio non avrebbe mai avuto, foss’anche solo avere assicurato un pasto al giorno.

Non un abbandono, ma un sacrificio d’amore. In quel gesto, il dono più grande si materializzava in una privazione. Privazione delle braccia amorevoli, dello sguardo materno, della semplice presenza. Si era privata di quanto aveva di più prezioso per darle possibilità che altrimenti non avrebbe mai saputo e potuto garantirle.

Giunta in Europa, il primo impatto con la nuova realtà fu spaesante e insieme rassicurante. Non capiva dove si trovasse, era ancora troppo piccola per rendersene conto, ma si sentiva al sicuro tra quelle persone straniere che la coccolavano e la viziavano proprio come se fosse stata figlia loro. In breve riuscì a provare più d’un sentore di fiducia e s’affidò loro completamente, lasciandosi guidare alla scoperta di quel mondo a lei alieno.

Scoprì il gioco, lo stare all’aria aperta su un fresco prato anziché sulla sabbia rovente; venne introdotta al misterioso mondo della vacanza di piacere in luogo delle carovane per recarsi al pozzo e fare scorte d’acqua; sperimentò la solidità di un appartamento quando c’è una bufera e infine provò lo sbigottimento maggiore quando la portarono, una domenica di gennaio, in cima a un monte pieno zeppo di una strana, fredda e densa cosa bianca che le dissero chiamarsi neve.

Tutte quelle novità le avevano permesso di distrarsi dall’istintivo andar della mente a ciò che aveva lasciato: il suo villaggio, i suoi affetti, la sua mamma, la sua vita prima del doloroso distacco.

Poi venne il primo giorno di scuola, la paura d’esser lasciata sola, di nuovo, ad affrontare un mondo ignoto e pericoloso. Le prime amicizie, i primi teneri amori a volte anche non corrisposti, la paura di non essere all’altezza quando chiamati alla cattedra per dimostrare d’aver imparato la lezione, quei piccoli timori e dolori infantili che accomunano tutti noi, indipendentemente dalle gabbie ideologiche entro le quali ci rinchiudiamo per sentirci falsamente al sicuro.

E ancora, lo sport – aveva provato la pallacanestro, ma non le era piaciuta, così era passata alla pallavolo –, i gusti che cambiano – detestava le melanzane da piccina, crescendo scoprì d’esserne ghiotta, in tutte le salse –, il corpo che cambia e si sviluppa – già in prima media era più alta delle sue coetanee e gli occhietti cominciavano a fare i capricci, così dovette indossare gli occhiali –, la scoperta di un mondo che faceva di tutto per sembrare dolce e confortevole ma che dietro quella maschera nascondeva ogni tipo di meschinità – purtroppo per lei, non era circondata solo da persone intelligenti: la scuola e i suoi dintorni erano zeppi di imbecilli. Ma sugli idioti è meglio non sprecar troppo tempo.

Tornata a casa, un giorno – aveva circa dodici anni, frequentava la seconda media –, si presentò in cucina con il cuore colmo di gioia. La professoressa di francese aveva dato loro un compito: scrivere una lettera in lingua indirizzata a chiunque volessero purché ne fornissero l’indirizzo, così la scuola avrebbe provveduto a farla recapitare avviando un’amicizia di penna.

Marina era entusiasta all’idea, e sapeva anche bene a chi indirizzare la sua lettera.

Ne parlò con i suoi genitori adottivi, che si dimostrarono anch’essi entusiasti dell’iniziativa dell’insegnante – nonostante soffrissero un po’ dentro, poiché egoisticamente dispiaceva loro che la piccola potesse ancora non sentirsi a casa presso di loro; tuttavia erano persone intelligenti e piene di premure per quella dolce creatura, così misero di lato gli egoismi e la sostennero in tutto e per tutto.

Si misero a tavolino quella sera e Marina mise nero su bianco tutto quel che aveva in cuore e che non aveva potuto dire a sua madre in tutti quegli anni. Le scrisse che le mancava molto, che avrebbe tanto voluto riabbracciarla almeno una volta, che non appena fosse stato possibile sarebbe volata da lei per portarla con sé. Poi volle raccontarle tutto quel che aveva scoperto e vissuto in quegli anni di lontananza, il viaggio, la scoperta del nuovo mondo, quanto erano buone e affettuose le persone che l’avevano accolta in casa.

A un certo punto si rese conto di essere andata un po’ per le lunghe, così concluse la lettera promettendo che nella successiva avrebbe proseguito il racconto.

Portò la lettera alla professoressa, che si commosse ma nascose il suo sentimento dicendosi molto soddisfatta per la qualità della scrittura e le capacità linguistiche dimostrate. Corredata dell’indirizzo che era stato fornito dall’ente che aveva gestito l’adozione la lettera venne imbustata, affrancata e inviata al villaggio.

Dopo più di due mesi, non era ancora giunta alcuna risposta.

Marina non si perse d’animo, e attribuì il ritardo al disservizio postale e ai lunghi tempi di percorrenza della distanza che le separava. Così tornò allo scrittoio e buttò giù il seguito della lettera.

“Meglio così”, pensò, credendo che in questo modo sua madre avrebbe potuto leggere una dopo l’altra le sue missive e il racconto non sarebbe mai stato mozzato a metà.

Passò un altro mese, ma la cassetta delle lettere rimaneva vuota.

Decise di scriverne una terza, e poi una quarta, una quinta, una sesta. Decise di inviarle tutte in una volta, forse di fronte a tanta insistenza le Poste si sarebbero decise a svolgere a modo il loro lavoro.

Un giorno, quasi inattesa, giunse una risposta.

Marina era al colmo della gioia, non riuscì ad attendere di rientrare in casa, scartò la busta in fretta e furia e la lesse in piedi, davanti alla cassetta. Recitava così, in italiano:

«Cara Marina,

Siamo molto felici che tu ti stia trovando bene presso la famiglia cui sei stata affidata.

Abbiamo ricevuto tutte le tue lettere, ma purtroppo sono scritte in francese e tua madre non conosce questa lingua. Probabilmente non ti ricordi, ma nel tuo villaggio si parla un idioma tribale che pochi di noi sono in grado di decifrare, perciò ci affidiamo ad alcuni mediatori culturali che fanno da ponte tra noi e gli abitanti del villaggio.

Abbiamo provato a tradurle per tua madre ma, come puoi immaginare, è difficile restituire i tuoi sentimenti tanto profondi e così ben esposti con le poche e semplici conoscenze che abbiamo.

Tua madre non sa scrivere e tantomeno riesce a esprimersi in una lingua diversa dalla propria. Perciò, dopo la tua prima lettera, ci ha chiesto di non riceverne altre, tanto è stata la gioia di sapere che sei viva e ti trovi bene dove sei, esattamente quello che desiderava quando ha deciso di affidarti alle nostre cure. Al tempo stesso, però, non riusce a sopportare il dolore che ancora la assale ogni giorno quando si guarda intorno e soffre la sua assenza.

Ti preghiamo, perciò, di smetterla di inviare lettere che nessuno leggerà mai.

Cordialmente».

Marina non volle credere a quelle parole. Le rilesse una prima volta, poi una seconda e una terza, quindi, a metà della quarta lettura, scoppiò in un pianto sordo e disperato, un dolore che nessuno sarebbe mai stato in grado di ascoltare e lenire.

Ricordando quell’episodio venne colta da un’angoscia che non seppe spiegare nemmeno a se stessa, ma al tempo stesso trovò la chiave per svolgere il compito impartito dal professore di filosofia

Corse in casa e si precipitò allo scrittoio, lo stesso dove anni prima aveva scritto quelle lettere. Accese il computer e batté sulla tastiera:

Il silenzio

Io non credo che il silenzio sia una mancanza, un’assenza, la carenza di un qualche cosa. Il silenzio è quella condizione nella quale ci scopriamo quando ci rendiamo conto di essere soli al mondo, quando non scorgiamo alcun appiglio alla vita, quando sentiamo che ogni nostro sforzo di avvicinarci a qualcuno è inutile e privo di senso. Quando non si è in grado di comunicare con qualcuno perché parla una lingua diversa, perché gli eventi ci mettono i bastoni tra le ruote, perché dall’altra parte quel qualcuno non vuole più avere a che fare con noi.

E abbiamo ben voglia di provare a negarlo, il silenzio. Ciò che facciamo, pensiamo, diciamo, forse altro non è che un disperato tentativo di sottrargli spazio in una goffa e stentata operazione attraverso la quale vorremmo essere noi a togliere, a far mancare quello spazio al silenzio.

Ne concludo, in questo senso, che il silenzio altro non è che quella situazione nella quale un giorno, per caso e senza preavviso, ci scopriamo vivere, quando cadono tutte le menzogne con le quali cerchiamo di mascherare la banalità della nostra animalesca sopravvivenza quotidiana.

Stampò il dattiloscritto, lo piegò ben bene e a penna vergò: «Per il prof. di filosofia. Mi scuso se non sono riuscita a raggiungere le dieci pagine richieste». Appese bene in vista il compito sul frigorifero, infilò nella zaino una bottiglietta d’acqua e alcuni indumenti e uscì di casa.

Da allora nessuno l’ha più vista.

Una volta resasi conto di vivere nel silenzio, forse aveva deciso di provare anche l’invisibilità.

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