A zero da zero

Martino era un bambino agitato, sempre pronto a menar le mani quando ne riconosceva l’urgenza e ad attaccar briga con chicchessia già dal parco giochi presso il quale la madre lo portava a divertirsi, ancor prima di cominciare a frequentare la scuola elementare.

Lì le cose non migliorarono, anzi. La convivenza forzata con i compagni di classe fece sì che Martino potesse imparare a conoscere le persone con le quali litigava e, nel suo caso, la conoscenza, più che abituarlo alla comprensione e al dialogo lo istruì in merito alla ricerca delle debolezze altrui, sulle quali far leva per poterlo prevaricare.

Alle scuole medie la situazione peggiorò ulteriormente. La gran quantità di ragazzi presenti rappresentarono per il giovane Martino un ottimo terreno di caccia per le sue, sino ad allora, marachelle infantili.

Poi Martino scoprì il valore del denaro. Scoprì quello che noi tutti realizziamo a una certa età, ovvero che non siamo tutti uguali: chi è figlio di ricchi veste da ricco, chi è figlio di poveri veste da poveri, e potremmo applicare questo ragionamento anche ad altri oggetti del discorso.

Martino non voleva proprio saperne di adeguarsi alle differenze, o quantomeno, se qualcuno doveva essere diverso, speciale, quello doveva essere lui. Diverso perché più forte, diverso perché più rispettato e temuto degli altri, diverso perché prepotente. A metà della seconda media, il precoce Martino era ormai riconosciuto da tutti come quella figura che oggi definiamo “bullo”.

Non esisteva il bullismo a quei tempi. O almeno, esisteva, ma non era così ben conosciuto e noto a tutti; non esistevano ancora le campagne di sensibilizzazione, e la vittima prediletta, il bambino maggiormente vessato dalle angherie dei compagni – quello che oggi diremmo “bullizzato” – spesso era visto semplicemente come lo zimbello della scuola, e in pochi all’infuori della famiglia si curavano del benessere psichico del bambino o bambina di turno.

Un giorno, però, Martino la combinò grossa, troppo grossa. Durante l’ora di ginnastica un suo compagno di classe lo aveva spintonato per recuperare un pallone, dato che Martino stava dirigendosi verso la porta senza avversari, a tu per tu col portiere. Il professore assegnò il rigore e Martino lo sbagliò. La rabbia per l’errore si fuse con l’oltraggio subito, ovvero l’esser stato gettato faccia a terra dal primo venuto.

Martino meditò vendetta per le successive ore scolastiche, e poi si risolse a intercettare il compagno di classe lungo la strada che questi era solito fare per tornare a casa dopo le lezioni e fargliela pagare. Attese paziente la sua preda per un quarto d’ora abbondante, durante il quale la sua ferocia montò all’inverosimile, e non appena lo ebbe a tiro lo agguantò per il bavero della giacca e nel buio di un vicoletto lo sistemò ben bene.

Ciò di cui non s’era reso conto Martino, però, era che quel vicoletto era sì buio, ma affatto celato allo sguardo dei passanti. Un netturbino che passava di lì con secchio e ramazza assistette alla scena e intervenne prontamente per salvare il ragazzo, sferrando a Martino un forte colpo alla schiena che lo paralizzò per alcuni secondi, sufficienti affinché la preda potesse darsi alla fuga.

Il giorno stesso, due carabinieri si presentarono a casa di Martino pretendendo di incontrare i genitori. Il ragazzo era troppo giovane per venir denunciato, tuttavia quell’episodio rappresentava solo l’ultimo di una lunga serie del quale s’era reso protagonista il ragazzo a scuola, come avevano avuto modo d’appurare interpellando preside e insegnanti.

I genitori, mortificati, si scusarono con la famiglia della vittima e si risolsero a prendere provvedimenti. Anzitutto avrebbero provveduto a cambiarlo di scuola al termine dell’anno scolastico, nella speranza che cambiando ambiente cambiasse anche il suo atteggiamento nei confronti del mondo. Secondariamente, gli fecero assaggiare la medesima medicina ch’egli riservava per i suoi coetanei, e quella sarebbe stata una lezione che Martino non avrebbe mai dimenticato.

Tornato a scuola dopo un periodo di sospensione, Martino si ritrovò isolato. Nessuno voleva avere a che fare con lui, nemmeno gli insegnanti, che si limitavano a relazioni asettiche e gelide, giusto perché era loro dovere impartirgli i medesimi insegnamenti del resto della classe.

Cambiata scuola, non mutò la situazione. In breve la nomea di Martino divenne tale che il suo mondo fuori di casa s’era ridotto a zero: zero amici, zero passioni, zero interessi, solo una gran rabbia e frustrazione che aveva bisogno di trovar sfogo. La situazione si protrasse sino a tutte le scuole superiori.

Lasciata la scuola e ormai sulla soglia dei vent’anni, Martino girovagava la sera senza una meta né una compagnia, assistendo da lontano alle esperienze dei suoi coetanei, che avrebbero potuto e dovuto essere anche le sue.

Poi, un giorno, casualmente il suo sguardò incontrò un manifesto che pubblicizzava un concerto di un gruppo che non aveva mai sentito nominare. Una volta a casa accese il computer e, navigando in rete, scoprì che si trattava di un gruppo rock un po’ particolare, attento alle tematiche sociali e con opinioni e pareri diffusi tramite le loro canzoni che facevano discutere non poco l’opinione pubblica circa la liceità della trasmissione di detti messaggi. Decise di assistere al concerto; se anche loro erano osteggiati dal mondo come si sentiva essere lui, forse avrebbe potuto trovarvi qualcosa di interessante, di comune alla sua esperienza.

Il locale era nei sotterranei di un vecchio edificio che sembrava abbandonato, una vera fogna: una corona di umidità contornava le pareti, e dove l’umido non si poteva notare era solo perché era stato ricoperto da strani manifesti con simboli mai visti. Alcuni rappresentavano aquile, altri elmi, una spada e degli strani ghirigori che Martino non seppe decifrare.

Seguì l’esibizione con interesse e riuscì ad appassionarvisi, stava davvero trovando conforto in quelle parole e in quei suoni a lui così affini. La magia della musica l’aveva pervaso, scoprendosi a danzare tutta la notte come un ossesso.

A un certo punto, però, gli si avvicinarono alcuni soggetti che sulle prime non aveva notato, ma che erano stati ben attenti a ogni suo movimento, quella sera. Gli chiesero come mai si trovasse lì, dissero che non lo avevano mai visto e che ciò era strano, perché lì dentro tutti conosceva tutti, eccetto lui.

Martino, sentendosi minacciato, reagì a muso duro a quell’interrogatorio e poco ci mancava che non gliele suonassero ben bene, come lui aveva fatto tante volte a tanti innocenti.

Intervenne il barista del locale, dicendo agli interroganti che non era quello il modo di trattare una persona nuova, che anzi avrebbero dovuto accoglierlo e offrirgli da bere. Ci avrebbe pensato lui.

Martino venne servito di una birra scura e messo a proprio agio, lì nessuno gli avrebbe fatto del male, almeno non finché ci fosse stato il barista, che era anche uno dei gestori, a fargli compagnia. Martino bevve la birra, ringraziò e decise di tornare a casa.

La settimana seguente, un nuovo manifesto era apparso a coprire il precedente. C’era un altro concerto, questa volta però preceduto da una dimostrazione delle attività sportive che si svolgevano all’interno del posto durante la settimana. Non ci pensò due volte e si presentò all’orario indicato.

Ritrovò il barista, intento a dibattere con alcuni di quelli che la volta scorsa lo avevano accerchiato. In effetti erano presenti le stesse facce del precedente concerto – «pochi ma buoni», disse uno di loro.

Stavolta nessuno lo interrogò, anzi, venne coinvolto in un acceso dibattito sulla situazione politica del paese: gli immigrati, clandestini e non, erano tutti da rimandare a casa; le donne doveva stare a casa a badare alla famiglia, altro che lavorare ed emanciparsi! I comunisti – puah! – gentaccia che meritava solo d’esser fatta fuori il prima possibile.

Martino non capiva molto dei loro discorsi, anzi, non riusciva a trovarvi alcuna logica. Tuttavia, finalmente era con qualcuno, poteva parlare, ridere, scherzare, bere una birra e passare una serata in compagnia.

Frequentò sempre più spesso quel posto e strinse sempre più amicizia con i suoi avventori abituali. Cominciò anche a seguire alcuni dei loro corsi; l’attività fisica non poteva che fargli del bene, lo avrebbe formato al dolore, al sacrificio, alla voglia di lottare per conquistarsi a spintoni un posto nel mondo.

Poi, un giorno, recatosi al locale vide un gruppetto dei suoi amici discutere animatamente all’esterno. Lo informarono che avevano arrestato uno di loro, il barista che lo aveva accolto, perché aveva difeso una ragazza bianca che passeggiava con un nero mano nella mano strappandola da quell’abbraccio che era certamente il preludio a uno stupro. «E se fosse stata tua sorella?» – lo incalzò uno di loro. Più che la ragazza, il barista aveva difeso l’Italia tutta dalla degenerazione dei tempi, era un eroe del terzo millennio e come tale avrebbe dovuto essere celebrato, non arrestato.

Martino decise di unirsi a loro, era necessario fare qualcosa. Si accordarono su luogo e orario e si separarono. Giunto a casa, Martino prese la macchinetta tagliacapelli e si rasò a zero, indossò il giubbetto nero con spalline e gomiti imbottiti che gli aveva regalato uno dei suoi nuovi amici, dato che intendeva dismetterlo, e raggiunse il luogo dell’appuntamento: un palazzo di periferia abitato interamente da extracomunitari. Non appena giunto in loco, gli fornirono una mazza e un passamontagna.

Quel che accadde quella sera esaltò a tal punto lo spirito combattivo di Martino che decise, ad azione conclusa, che non avrebbe mai abbandonato quel gruppo di persone con le quali aveva tanto da condividere.

Continuò a frequentarli ed entrò sempre più addentro le iniziative e le azioni che quei tali definivano “fare politica”. Nonostante quel primo episodio, il “battesimo” di Martino, potesse apparire come un che di criminale, venne riconosciuta dagli abitanti del quartiere ove era insediato lo stabile come qualcosa di necessario e pertinente – «era ora che qualcuno facesse qualcosa!», avevano detto alcuni, di solito i più ignoranti e affamati.

Successivamente aprirono una sede proprio in quel quartiere, organizzarono Gruppi di Acquisto Identitario – Martino non capiva cosa dovesse intendersi per “identitario”, tuttavia partecipò volentieri anche a quell’iniziativa – e presero a predicare purezza, giustizia e libertà per i nativi contro l’invasione straniera e per la salvaguardia dell’Unica Religione. In breve costituirono una lista elettorale, nella quale venne incluso anche Martino, e riuscirono a prendere dei seggi in consiglio comunale.

Senza sapere come né perché, Martino aveva trovato un lavoro. Sotto quel giubbetto nero e quella testa rasata, aveva trovato la sua vera natura, la sua reale inclinazione morale. Era partito da zero ed era arrivato a essere zero. Anzi, no, non uno zero. Una vera e propria merda.

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