Esopopea – Il cinghiale, il cavallo e il cacciatore

Un grande cavallo dal lungo crine scorrazzava in una prateria poco distante dalla proprietà del suo padrone, un giovane cacciatore affamato di trofei da appendere alle pareti ed esibire quando riceveva ospiti. La proprietà ospitava anche un grande campo dove venivano coltivati ortaggi e verdure d’ogni tipo che, terminato il raccolto, venivano portate via da grossi furgoni che infestavano l’aria incontaminata della campagna.

Il giovane cacciatore non era il proprietario del podere, bensì lo custodiva e proteggeva dalle bestie che infestavano il bosco adiacente e che spesso e volentieri facevano razzia dei frutti del duro lavoro delle persone assoldate all’occorrenza per le stagioni di lavorazione del campo.

«Non c’è che dire, quelle bestiole sono proprio invadenti! Il mio padrone si sforza di tenerle alla larga e io lo aiuto ben volentieri, dato che mi concede piena libertà quando non ci sono pericoli – diceva tra sé il cavallo –. Certo devono essersi rintanate da qualche parte nel fitto bosco, da alcuni giorni non si odono rumori e la vita scorre tranquilla. Speriamo sia sempre così.»

Mentre così seguitava nella corsa e nei suoi ragionamenti, un grufolio attirò la sua attenzione verso un cespuglio poco distante dal suo incedere; era molto frondoso, infatti non riuscì lì per lì a scorgere chi vi si trovasse invischiato, ma quando si rese conto del brutto muso che aveva di fronte non riuscì a trattenere lo spavento e levò un urlo: «Aaahh!!!».

«Che c’è? Che cosa sono queste urla? Non riesco a vederti bene, sono rimasto incastrato per raccogliere alcune bacche da questo cespuglio, mi daresti una mano per favore?», fece il brutto muso.

Incerto se andar via o portargli aiuto, il cavallo si risolse per quest’ultimo e in breve il giovane cinghiale incastrato fu libero.

«Grazie, grazie mille – disse una volta fuori dal cespuglio–. Scusami per il disturbo, ma purtroppo morivo di fame e ho sentito un irresistibile odore di bacche e così mi sono fiondato dentro senza starci a pensar troppo su. Tu che facevi? Come mai ti trovavi a passare di qui? Aspetta un attimo: non sei mica il cavallo del cacciatore? Ma sì, sei proprio tu!»

«Sì, sono io. Ma come fai a conoscermi? Io non so chi tu sia, non ti ho mai visto prima.»

«Oh, amico mio, certo che mi hai visto. Solo che eri troppo impegnato a inseguirmi per prenderti la briga di domandarmi chi fossi e presentarti – ah! dove sono finite le buone maniere?», chiosò sferzante.

Il giovane cinghiale faceva parte di una colonia che abitava nelle profondità del bosco e che talvolta s’era spinta fino al podere per raccattare qualcosa da mangiare, fossero stati anche solo gli ortaggi scartati e lasciati lì dai furgoni ai margini del sentiero. Anche lui, spesso e volentieri, s’era ritrovato sotto il fuoco del cacciatore intento a difendere la proprietà da quel branco di mangiapane a tradimento che doveva fare in fretta a darsela a gambe levate, prima che il piombo impallinasse qualcuno.

«Ecco, vedi – proseguì il cinghiale dopo le debite e ben educate presentazioni – c’è una cosa che non capisco: ma perché tu e il tuo padrone ci inseguite e ci sparate addosso? Non facciamo mica nulla di male, cerchiamo solo un po’ di cibo per sfamarci!»

«Ma quella non è roba vostra! È roba del mio padrone e dei signori che la vengono a prendere dopo il raccolto. Se ve la lasciassimo mangiare, cosa daremmo loro?», rispose il cavallo.

«Queste sono le ragioni del tuo padrone. Ma quali sono le tue? Perché ci insegui? Non lo sai che, così facendo, alcuni di noi hanno perso il padre, la madre, fratelli e figli? In fondo anche noi dobbiamo sopravvivere, esattamente come voi. E poi, dai, diciamoci la verità: quel che cerchiamo è davvero poca cosa in confronto al bendidio che viene prodotto in quell’orto. Sono sicuro che se potessimo prendere quanto ci necessita senza far troppo rumore non se ne accorgerebbe nessuno.»

«Questo lo dici tu. Il mio padrone sicuramente si accorgerebbe del furto. E verrebbe a riprendersi quanto è suo in men che non si dica.»

«“Il mio padrone questo, il mio padrone quello” – lo canzonò il cinghiale – non sai dire altro? Pensi solo al tuo padrone, ma cos’avrà mai di speciale? Non ti imbriglia forse? Non ti monta la sella? Non ti sale a cavalcioni ogni volta che ne ha capriccio? Ti tratta come una sua proprietà, sei a sua disposizione quando e come vuole lui. Eppure tu sembri essergli molto fedele, quasi non t’importa d’essere una sua “cosa”.»

«Che intendi?», fece spazientito il cavallo – il cinghiale lo stava forse provocando?

«Intendo dire che il giorno che il tuo padrone non avrà più bisogno di te, non ci penserà un minuto a caricare il fucile e portarti sul retro. E tu sei felice così. Complimenti!»

«Cosa dici mai? Come ti permetti? Il mio padrone mi ama, e mi lascia libero di fare quello che voglio quando non ha bisogno di me. Eccomi qui, davanti a te. Sono forse imbrigliato? Il mio dorso è occupato da una sella?»

«È proprio vero che ci sono animali che si accontentano di poco. E per quel poco che ottengono accettano anche di essere trattati come schiavi. Se a te bastano cinque minuti di libertà per non sentirti oppresso, buon per te. Io preferisco non avere limiti e pensare di testa mia.»

Il cavallo montò su tutte le furie. Come si permetteva quell’ammasso di setole e fango di parlargli così? Di considerarlo uno schiavo, quando non un oggetto? Volle dimostrargli che era fatto di un altro tipo di pasta, così recuperò il controllo di sé e disse: «Ascoltami bene. Non sono come dici tu e te lo dimostrerò. Conosci il versante del podere dove il padrone ammassa gli scarti del raccolto? Quello dove c’è un grosso foro nella rete metallica che circonda la proprietà?».

«Sì, certo. È un punto molto difficile da raggiungere, ed è anche pericoloso. Se il cacciatore mi scoprisse lì non saprei proprio come fuggire via.»

«Te lo spiego subito: domattina all’alba, come tutte le mattine, il mio padrone mi metterà le briglie e faremo un giro di perlustrazione del campo. È un itinerario abbastanza lungo, il podere è grande, e a farlo tutto impiegheremo almeno un’ora. Tu nasconditi nei pressi della rete, nei dintorni del foro. Giunti a metà del giro lancerò un forte nitrito, il padrone mi crederà felice della cavalcata e tu avrai il tempo di entrare e sfamarti di ciò che vuoi. Così vedremo se oserai ancora darmi dello schiavo!»

«Accidenti, come sei astuto. E che coraggio, non dev’essere facile per te raggirare così il tuo padrone! D’accordo, ci sto, nel corso della notte mi apposterò lì e domani a quest’ora ci rivedremo in questo stesso punto, così potrò ringraziarti.»

La placida notte scorse velocemente. Il cinghialino, appostatosi presso il punto indicato, vide sorgere l’alba da est e provò una meraviglia mai sperimentata prima. Era un’alba di speranza e sogni a occhi aperti, da giorni non aveva mangiato nulla all’infuori di quelle bacche, e la felicità degli occhi era solo un’anticipazione della gioia che presto avrebbe restituito lo stomaco. Tese le orecchie per scorgere i rumori provenienti dalla stalla. Sentì gli zoccoli del cavallo allontanarsi, quindi attese, e attese, finché un forte nitrito non gli dette il via libera. Emerse dal cespuglio in cui s’era rifugiato per la notte, infilò il muso nel grosso foro della rete metallica e in un attimo si ritrovò all’interno della recinzione.

L’ultima cosa che vide furono i fori della doppietta del cacciatore puntati su di lui.

Per i suoi servigi, il cavallo ricevette una zolletta di zucchero.

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