Esopopea – La volpe e l’uva

Nel Grande Bosco della Montagna Felice viveva un giovane volpino che, allontanatosi dalla mamma per andare a caccia un giorno in cui s’era sentito sicuro d’andar da sé, non seppe ritrovare la via verso la tana dov’era nato. Sulle prime impaurito e tremolante, si risolse a mutar disgrazia in opportunità: era giunto il momento di affrontare il mondo da solo, senza l’aiuto di nessuno. D’altronde, se aveva deciso di allontanarsi e andare a caccia senza la mamma, un motivo doveva pur esservi!

Senza nessuno che badasse a lui, il giovane volpino imparò presto a diventare autonomo: procurarsi il cibo, abbeverarsi alle fonti, trovare un riparo durante le piogge, tutte quelle piccole cose quotidiane cui un tempo pensava mamma volpe erano divenute per lui una sfida continua, e ogni sera si raggomitolava al calduccio della tana trovata per l’occasione, fiero e orgoglioso delle sue abilità.

Un dì, mentre gironzolava per il bosco alla ricerca della sua prossima preda, incontrò una giovane volpina che avrà avuto all’incirca la sua età. Era bella, con il manto lucente e la coda vaporosa che si agitava a destra e a manca dipingendo nell’aria arabeschi che non lasciavano tracce se non negli occhi incantati di chi vi si perdeva in contemplazione.

Il giovane volpino si sorprese intimidito, mai avrebbe pensato che sì bella creatura potesse degnarlo d’attenzioni. Ma quando i loro sguardi s’incrociarono, ogni timidezza cedette il passo alla gioia per il nuovo incontro. La volpina si chiamava Viola, un bellissimo nome, pensò il piccolo lupo, che il suo di nome non se lo ricordava più da quando aveva lasciato la tana e non aveva più avuto modo di parlare con qualcuno. Decise di presentarsi come Olindo.

Olindo e Viola trascorsero una bellissima giornata correndo nel bosco, cacciando uccellini e piccoli roditori, spintonandosi lungo le rive di un fiumiciattolo giocando a infradiciarsi a vicenda. Si divertirono tantissimo insieme, finché un urlaccio proveniente dalla loro sinistra non li fece sobbalzare. Era il padre di Viola che richiamava in casa la figliola.

«Viola!!! Vieni subito qua!»

La volpina si affrettò a raggiungere il padre, che con un’occhiataccia la spinse verso la tana promettendo che avrebbero fatto i conti appena rientrati. Quindi fissò Olindo per alcuni secondi, mostrando gli aguzzi denti sporgenti dal muso schiumante di rabbia mentre un sordo ringhiare faceva capolino nelle orecchie del malcapitato, invitandolo alla fuga.

Il volpino ebbe paura, ma non gli riuscì proprio di decidersi a muoversi, temeva che la grossa volpe lo avrebbe acciuffato in pochi passi tanto era più grande e certo più forte di lui. Così rimase immobile finché il padre di Viola non si gli avvicinò minaccioso, gonfiando la pelliccia sino ad apparire tre volte più grosso di quanto non fosse in realtà.

«Devi stare lontano da lei. Se scopro che vi rivedete ancora farò di te un sol boccone. Lei non va bene per te, è ancora troppo piccola per pensare alle altre volpi. È acerba!»

Così dicendo, attese alcuni secondi fissando lo sguardo negli occhi di Olindo per essere certo che avesse ben inteso che con lui non si scherzava. Quindi ritornò alla tana per strigliare a dovere la figlia.

Il battito del cuore di Olindo si placò solo alcuni minuti dopo essere rimasto solo. Era molto spaventato, in pochi attimi una giornata bellissima, quasi magica, si era tramutata nel giorno più brutto della sua giovane vita. Non aveva provato tanta paura quando s’era ritrovato solo nel bosco quella volta che era andato a caccia da solo senza la mamma, e mai un simile terrore di fronte a qualcuno.

Una volta calmatosi, tirò un sospiro di sollievo e delusione e fece per tornare alla sua tana, quando un rumore proveniente da un cespuglio attirò la sua attenzione. Qualcosa si muoveva tra le fronde, Olindo puntò le zampe pronto a difendersi. Forse la grossa volpe aveva cambiato idea?

Con sollievo vide Viola balzar fuori dal cespuglio. Aveva deviato dal ritorno verso casa e si era attardata in attesa che il padre se ne andasse, tanto conosceva una scorciatoia per la tana che le avrebbe permesso di rientrare per tempo. Con il muso carezzò dolcemente quello di Ovidio, scusandosi per il comportamento del padre. Gli raccontò che era sempre così: ogni volta che conosceva una volpe, il padre geloso tosto si curava di metter paura al suo nuovo amico, accecato dalla gelosia verso la figliola. Stavolta, però, Viola era intenzionata a tenere duro: disse a Olindo di stare tranquillo, avrebbero continuato a vedersi di nascosto dal padre, questa volta non l’avrebbe avuta vinta lui.

Convenirono per ritrovarsi in quello stesso posto il giorno dopo, e poi quello dopo ancora. Andò avanti così per alcune settimane, trascorsero molto tempo insieme – nonostante la minaccia sempre incombente – e ogni giorno che passava la loro unione era più salda e i loro sentimenti sempre più teneri.

Un giorno, dopo aver giocato per ore a rincorrersi in una radura, il cuore di Olindo quasi esplodeva per la felicità. Viola gli aveva proposto di fuggire via insieme, lontano dal padre, e creare un piccolo branco di volpini tutto loro. Lui quasi non ci credeva, quell’amore puro e incontaminato avrebbe generato frutti meravigliosi e insperati.

Si diedero alcuni giorni per preparare la fuga. Viola credeva che fosse meglio non vedersi per un po’: avrebbe trascorso del tempo presso la sua tana, per non insospettire il padre. Olindo si intristì, tuttavia comprese la necessità di quella scelta e accettò quella separazione, in fondo breve. Avevano tutta la vita davanti per stare insieme, poteva attendere.

Fu stupito, perciò, quando il giorno seguente Viola lo colse alle spalle mentre lui s’abbeverava a una pozza d’acqua. Non avevano concordato un appuntamento, e quell’inatteso incontro, con tutti i rischi che comportava, benché lo riempisse di gioia doveva avere un grave significato.

Viola, trafelata, era venuta a dirgli che era meglio affrettarsi, poiché il padre era divenuto molto sospettoso e temeva che la stesse pedinando. Perciò doveva salutarlo in fretta e andar via per non correre rischi. Il giorno dopo, al sorgere del sole, si sarebbe fatta trovare lì e sarebbero fuggiti via.

Olindo era confuso, spaventato ed eccitato a un tempo. Non vedeva l’ora di iniziare quella nuova avventura, sarebbe stato bellissimo: soli con il loro amore, senza più minacce a godersi la vita.

Fu così che decise di trascorrere la notte nei dintorni del luogo dell’appuntamento, per non rischiar ritardi e prendere il largo il prima possibile. Era una notte incantevole: la luna rischiarava la radura e i gufi appostati sui frondosi rami sembravano far da vedetta in attesa dell’amata. Olindo pregustava la libertà, quella magica sensazione d’esser cullato dalle nuvole in un volo d’angelo senza più pensieri né preoccupazioni. Era così che si figurava quel viaggio, e l’emozione e l’eccitazione gli facevano formicolare le zampe preparandole a correre il più veloce possibile fianco a fianco al suo amore verso la meta.

Intervenne un forte rumore a spezzare il filo dei suoi sogni a occhi aperti. Un lungo ululato, poi un altro, poi un altro, infine un ruggito che interruppe quel grido d’aiuto per sempre.

Olindo si precipitò in direzione di quei suoni, e il suo cuore smise di battere per alcuni secondi quando trovò il corpo senza vita di Viola accasciato poche centinaia di metri dal luogo dove avrebbero dovuto incontrarsi. Il padre l’aveva seguita e tesole un agguato mortale.

Lei aveva aperti i suoi grandi e dolci occhi, lo sguardo puntato proprio verso il suo amato che sembrava dirgli «non è colpa tua».

I suoi ultimi attimi nel Grande Bosco della Montagna Felice, nell’immaginazione di Olindo, dovevano essere stati istanti di terrore. Ma lui, per il resto della sua vita, volle ricordarla con un’immagine felice: circondata da infinitesimi e luccicanti bagliori di innocente speranza in un amore forse troppo acerbo per vincere una gelosia esacerbata e criminale.

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