La guerra dei detersivi

«Ed è per questo che noi, il Partito Sbiancante, faremo di tutto per riportare la giustizia in questo Paese. Non è possibile che i Bianchi e i Delicati, i Colorati e i capi in poliestere vengano lavati tutti insieme! Noi riporteremo l’ordine dov’è il caos, l’amido dov’è stropicciato, saremo inflessibili e non ci sarà ammorbidente che tenga, se voi ci seguirete.»

Una folla canuta salutò con un’ovazione le parole del suo candidato presidente. Stoffe di seta e raso, cotone e lana si unirono in un coro che scandiva a gran voce il nome del suo Grande Capo Bianco.

Le elezioni erano prossime, ma ancora non era ben chiaro quale sarebbe stato il destino dei cittadini, divisi com’erano tra loro, ognuno con le proprie esigenze, i propri desideri, le proprie paure.

Da tutt’altra parte del Paese era in corso un altro comizio, quello del delegato del Partito degli Stinti: «Noi del Partito degli Stinti non vi promettiamo mari e monti così, a caso, solo per dare aria ai tessuti. Quello che noi vogliamo realizzare, insieme a voi, è una rivoluzione che cambierà per sempre il modo di pensare il processo di lavatura. Noi faremo piazza pulita di tutti gli sprechi d’acqua e sapone che avvelenano la nostra vita. Noi diciamo no agli agenti chimici che rovinano le nostre fibre, no alle centrifughe, no agli avvilenti soprusi dello Stendino Comune che ci vuole tutti appesi allo stesso filo, come se fossimo carne da macello! Insieme, insieme, insieme cambieremo questo Paese!».

Una standing ovation accompagnò il candidato mentre si incamminava alla macchina che lo avrebbe condotto presso la cittadina del successivo comizio. Stanco e sfilacciato, il delegato Stinto prese il telefonino e compose un numero. Dopo pochi secondi di attesa, dall’altro capo si udì: «Pronto?».

«Ehi, ciao, sono io. Come sta andando lì da te?»

«Ehilà, buonasera! Qui tutto bene, la gente è contenta, tutti applaudono e non vedono l’ora che arrivi il giorno delle elezioni.»

«Bene. Senti, mi hanno detto che il Partito Anticalcare ha indetto una conferenza stampa per sputtanarci. Pare che hanno le prove del nostro accordo…»

«Che abbiano…»

«Come?»

«Pare che abbiano le prove del nostro accordo, non “che hanno”.»

«È uguale. Dice che domani a mezzogiorno riveleranno i nostri traffici. Dobbiamo fare qualcosa.»

«Non ti angosciare, sarà la solita buffonata. E poi, ma di cosa dovrebbero mai accusarci? Non siamo mica i primi che fanno un accordo per formare un governo.»

«Di incoerenza. Ecco di cosa vogliono accusarci. Di farci la guerra davanti alla gente mentre stringiamo accordi sottobanco. Ti ricordi quando io ho detto che voi siete corrotti e razzisti verso i Colorati, e tu hai ribattuto dicendo che noi siamo dei dilettanti allo sbaraglio, che non siamo in grado nemmeno di lavarci al fiume come ai vecchi tempi? E quando girava quel video in cui tu cantavi “Stracci di merda, laviamoli col fuoco”, e io ho detto alla stampa che meritavi di essere arrestato e che non avrei mai avuto a che fare con te? Ecco, tutto questo pare che dicono domani.»

«Che diranno… Oddio, non ce la fai proprio, eh?»

«Mi vuoi ascoltare anziché correggermi i congiuntivi?»

«Veramente era un futuro semplice.»

«Semplice o complicato, non mi interessa. Dobbiamo fare qualcosa, e in fretta!»

«Io una proposta ce l’ho. Dicono che facciamo gli inciuci, che ci accordiamo alle spalle della gente e tutte queste belle storie? E allora ti rispondo: facciamolo davvero.»

«Cosa?»

«Accordiamoci alla luce del sole, come se fosse una novità, un pensiero che abbiamo avuto oggi. Diciamo che ci siamo alleati, pur con le nostre divergenze e mantenendo ognuno la propria identità, per sconfiggere quei gruppi che hanno seccato il nostro Paese con le loro politiche di austerità sull’acqua calda e l’uso sfrenato di smacchiatori. Che noi siamo il cambiamento, il vento nuovo che farà volare il Paese sul grande lenzuolo della libertà. Che chi non è con noi è contro di noi, e vedrà contaminare le sue fibre col polipropilene, il nylon e tutti quei filati sintetici che imbastardiscono i tessuti puri.»

Alcuni secondi di silenzio accompagnarono le riflessioni sparse e senza una chiara direzione del delegato del Partito degli Stinti, incerto sulla bontà del piano del Grande Capo Bianco che dall’altro lato della comunicazione attendeva risposta.

Si fece due conti che gli costarono gran fatica, prima di ribattere: «Ho capito. Ma tu pensi proprio che tutto questo funzionerà? Cioè, ci siamo combattuti fino a oggi, prima ho anche detto che siete il pericolo maggiore che possiamo correre, che rischiamo di tornare alle lavatrici separate se vincete le elezioni… Non credi che la gente si sentirà presa in giro?».

«Senti, per l’ultima volta: futuro semplice – “se vincerete le elezioni”; al massimo, “se vinceste”. Non voglio ripeterlo più… La gente, dici? Ma la gente è con noi e ci ama, non ti preoccupare. Tutte quelle cose che dovrebbero dire domani alla conferenza stampa la gente le conosce già, fidati. Io no, ma il mio partito è in politica da trent’anni e più, sai quante sciocchezze abbiamo detto e fatto? Eppure siamo ancora qua. Non lo so se è perché si sono dimenticati di quando abbiamo evaso le tasse sulla candeggina, o di quando dicevamo che bisognava costruire lavanderie separate per gli stracci, o di quando ho detto che sono gli amici della Grande Lavandaia a decidere chi deve essere eletto oppure no e ho gridato al colpo di Stato – o chissà che altro. Fatto sta che gli elettori ci seguono e ci voteranno. E lo stesso vale per voi e per tutte le promesse assurde che avete fatto e non siete riusciti a realizzare, come lì, a Tintadirosso, dove state cercando di rammendare buche che siete stati bravi solo ad allargare.»

«Vabbuò, dai, facciamo come dici. Servirà un simbolo comune, però, un qualcosa che identifichi questo nuovo accordo. Avevi qualcosa in mente?»

«A dire il vero sì. Pensavo a una bell’accoppiata di colori che non si è mai vista in politica: giallo, come il futuro dorato che ci attende, e verde, come il colorito che prenderanno gli Anticalcare e l’Ammorbidente Supremo quando vinceremo le elezioni.»

«Bello, mi piace. Ma aspetta, non capisco: ma se noi ci accordiamo pubblicamente, e lo diciamo alla stampa, quelli vorranno sapere chi è che faremo presidente una volta vinte le elezioni. E chi lo fa? Se lo faccio io, scontentiamo i tuoi, se lo fai tu, scontentiamo i miei. Dobbiamo inventarci qualcosa.»

«Sì, è vero… Forse… Vabbe’, dai, non stiamo tanto a lambiccarci il cervello, qualcosa inventeremo. Al massimo mettiamo un terzo che non è né dei miei né dei tuoi ma che possiamo manovrare come vogliamo, un esecutore dei nostri accordi, ecco. Non sarà complicato, confido che riusciremo a metterci una pezza.»

«Perfetto. Allora comincio a organizzare una conferenza stampa per domattina nella capitale, un paio d’ore prima della loro, e diamo l’annuncio insieme, così li battiamo sul tempo, che dici?»

«Viva la democrazia!»

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