Esopopea – Le cicale e le formiche

In un grande bosco, diviso a metà da un grosso fiume che lo attraversava da ovest a est, vivevano un tempo due grandi colonie, una di cicale e una di formiche.

Sin dai tempi antichi le cicale si erano stabilite a nord del fiume, lasciando alle formichine la sponda opposta.

La vita scorreva felice nel grande bosco: durante l’estate le cicale intonavano splendide melodie, riempiendo il bosco di note e virtuosismi che il vento diffondeva attraverso gli spazi vuoti tra i rami dei grandi pini che ospitavano quei meravigliosi concerti, mentre le laboriose formiche raccoglievano il cibo necessario per sopravvivere durante la stagione fredda, quando la pioggia e il gelo si abbattevano sul grande bosco ederanocostrettea rifugiarsi nel formicaio.

Tra i due popoli c’era grande amicizia, e spesso si incontravano in un piccolo lembo di terra che sporgeva dal lato sud del fiume e checonsentiva alle cicale di volare verso l’altra sponda per ricevere dalle formiche un po’ delle provviste che avevano raccolto, di modo da poter sopravvivere anch’esse all’inverno con il necessario per sfamarsi e inventare nuove melodie con cui allietare quel magico luogo.

Un giorno, però, un violento acquazzone si abbatté sulla sponda del fiume occupata dalle formiche, devastando il loro raccolto e lasciandole senza riserve per l’inverno. Pochi giorni ele cicale sarebbero giunte sul piccolo lembo di terra sporgente per fare scorta,ma– cosìrisolse il Gran Consiglio delle Formiche Anziane – l’unica possibilità di salvezza consisteva nel recarsi presso le cicale e chieder loro indietro parte di quanto era stato da loro generosamente condiviso.

Un inviato delle formiche andò presso quel piccolo lembo di terra e cominciò a urlare a gran voce verso l’altra parte del fiume, finché una cicala ambasciatrice non la raggiunse e venne informata del problema.

«È un bel guaio il vostro», disse la cicala, «ma purtroppo non possiamo darvi quanto chiedete, altrimenti non potremmo sfamare le nostre famiglie.»

«Ma se abbiamo raccolto noi tutto quel cibo! Quello è il frutto del nostro lavoro!», sbottò la formica, «E poi lo sappiamo bene che voi cicale consumate sempre più di quanto vi è necessario! Con quello che mangia una di voi, noi potremmo sfamare almeno cento individui!»

«Senti un po’, non ho voglia di sentirmi fare la morale», rispose la cicala ambasciatrice, «facciamo così: se proprio ci tenete, venite pure a prendervela, la vostra roba!»

Stanca e scoraggiata dall’incontro con la cicala ambasciatrice, la piccola formica tornò al Gran Consiglio per riferire del colloquio. «Vogliono che si vada noi a riprendere il nostro cibo? E così sia!», fu il responso dell’assemblea.

Approfittando di un pomeriggio di bel tempo, una volta che le nubi ebbero sgombrato il cielo, tutta la comunità di formiche si mise alla ricerca di foglie, legnetti e quant’altro potesse essere utile per costruire un’imbarcazione e recarsi sull’altra sponda per reclamare quanto spettava loro di diritto. Portarono tutto il materiale all’interno del formicaio e in poche ore costruirono una grande barca su cui poter navigare e traslocare oltre il fiume, dove faceva bel tempo e si poteva anche pensare di stabilirvisi per le ultime settimane d’estate e passare lì l’inverno, in attesa di poter rientrarea casa una volta tornata la primavera.

Mentre le formiche operaie apportavano gli ultimi ritocchi all’imbarcazione, altre scavavano il terreno per poterla trasportare fuori e avviarsi verso il fiume, mentre il resto del formicaio raccoglieva le poche cose necessarie alla nuova vita verso cui si dirigevano.

Una volta ampliata l’uscita del formicaio, la barca venne portata al fiume in attesa che tutti fossero pronti. Avevano scelto di partire proprio da quel piccolo lembo di terra più vicino all’altra sponda, di modo che la traversata risultasse breve e perciò più sicura.

Quando tutti furono pronti, la barca venne introdotta in mare e le formiche vi salirono attraverso un piccolo ponticello costruito appositamente: «Libertà, stiamo arrivando!», «Andiamo a riprenderci la dignità!», «Cibo per tutti!», urlavano le formichine, esaltate dalla nuova avventura e felici di lasciare una terra che diventava sempre più povera e inospitale, benché, nei cuori di ciascuno di loro, essa sarebbe rimasta per sempre casa loro.

Le cicale, invece, riunite sull’altra sponda del fiume e decise a difendere la loro terra dall’invasione di quelle disgraziate, commentavano così lo spettacolo: «Ma che fanno?», «Ma perché non se ne stanno a casa loro?», «Vuoi vedere che tempo un paio d’anni e queste diventano più di noi?».

A metà del percorso la barca cominciò a riempirsi d’acqua. Le piccole formiche non avevano mai navigato in mare e non conoscevanoi pericoli che correvano. Le foglie cominciarono a impregnarsi d’acqua e a sfaldarsi, i legnetti si spezzarono a causa del loro peso e in breve anche i piccoli nodi che li tenevano insieme cominciarono a cedere. Le formichine più piccole venivano tenute in braccio dai genitori, speranzosi di avvicinarsi alla terra prima che la nave affondasse di modo da provare a lanciare i piccoli verso la riva e salvarli da quell’atroce fine. Alcune formiche si accalcarono verso il ponte della nave, per poter arrivare in superficie e provare a salvarsi; altre finirono schiacciate dal peso dei loro amici, fratturandosi le piccole zampe e terrorizzate dall’acqua che lentamente le sommergeva, pregando e sperando soltanto che tutto finisse il prima possibile.

In breve la nave si spezzò in due, alcune foglie presero a galleggiare inermi e si poteva vederle vagare, trascinate dalla corrente del fiume, mentre pian piano giungevano a galla i corpi straziati delle formichine, stravolte in viso dalla paura e dai loro disperati e vani tentativi di salvezza.

La maggior parte delle cicale rimase impassibiledi fronte a quella tragedia. Una di loro, forse la più onesta, non trovò altro modo di rompere quel silenzio se non domandando: «Eadesso chi ci procurerà il mangiare?».

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