Il gattino frettoloso fece i gattini ciechi

Un bel giorno una coppia di gatti soriani diede alla luce una bella nidiata di gattini. Erano così teneri e carini, riempiva il cuore vederli attaccarsi alle mammelle della madre e spingere con le piccole zampette paffute per garantirsi il pasto necessario alla loro crescita. Tuttavia, per la mamma la cura dei suoi piccoli si rivelò ben presto un’impresa molto faticosa; papà gatto, infatti, non poteva dare aiuto in casa alla mamma nel corso della crescita di quella splendida cucciolata. Una famiglia impone delle responsabilità, su tutte quella di poter garantire ai propri cari una cuccia accogliente e una scodella di latte caldo ogni santa sera.

Papà gatto si impegnò molto, e in breve riuscì a trovare un’occupazione per poter sostenere la famiglia. Aveva trovato lavoro in un bell’ufficio che si occupava di ritrovare i micetti smarriti e guidarli verso casa perché potessero riabbracciare i propri padroni. Era un mestiere che gli piaceva, non solo perché così rendeva felice gli altri riconciliando affetti, ma anche perché lo divertiva un sacco andare in cerca di zampatine di gatto nei dintorni delle case dove veniva segnalata la scomparsa. Era un segugio, in fin dei conti, un segugio con la coda striata e il musetto affusolato anziché il tartufo. Quel lavoro gli piaceva così tanto che spesso faceva tardi per cena, o addirittura non tornava per giorni e giorni, facendo arrabbiare mamma gatta e rendendo tristi i suoi cuccioli, che la sera stavano riuniti intorno a un piccolo tronco cavo che utilizzavano per graffiatoio in attesa che il papà tornasse a casa per metterli a dormire.

Finché una sera, dopo una lunga giornata passata ad aggiornare i verbali sul caso del piccolo Paco – certosino smarritosi nei pressi del gattile di Santa Gertrude – papà gatto tornando a casa notò qualcosa di insolito. Nessun odore proveniva da casa loro; non si sentiva volare una mosca, non sentiva la litania con la quale mamma gatta solitamente a quell’ora cantava la ninna nanna ai gattini per farli addormentare. Entrando vide che l’angolino tra due bidoni dove mangiavano ero stato messo sottosopra, e anche nelle camerette ricavate da scatoloni abbandonati dagli uomini che lui, con le sue stesse zampe, aveva sistemato in modo da fornir riparo ai propri cari, regnava una gran confusione.

Tosto si mise alla ricerca di indizi. Qualcuno a cui aveva fatto del torto evidentemente aveva rapito la sua famiglia per vendicarsi. Un odore sconosciuto aveva impregnato un cespuglio di ranuncoli vicino all’abitazione: un estraneo si era avvicinato alla sua cuccia. La scia di quell’odore lo condusse a girare intorno al quartiere dove vivevano per ore e ore, senza tuttavia giungere ad alcuna conclusione se non ritornare al punto di partenza. Le tracce conducevano sempre e comunque alla sua tana. Colto dalla disperazione e dall’angoscia, si acciambellò su una vecchia coperta che un’anziana signora che abitava lì vicino aveva lasciato loro, e prese a ragionare su chi potesse essere stato l’autore di quell’atrocità.

«Chi ha osato tanto? Chi mi ha portato via la famiglia, la mia famiglia?», cominciò a miagolare, «Quella per cui faccio tanti sacrifici e mi spezzo la schiena ogni giorno? A chi posso aver fatto qualcosa di tanto grave per meritarmi questo dolore? Perché Ra, il Grande Gatto di Eliopoli, vuole punirmi? Eppure ogni giorno vado a lavorare per loro, per poterli mantenere, mi curo sempre della loro salute, assicuro loro la pappa ogni sera, mi faccio il culo per aggiustare quanto si rompe in questa sistemazione di fortuna… Sono un bravo gatto, anzi, sono un bravo padre, io! No, non è giusto, Ra!…Signore, signore, perché mi hai fatto questo?».

Mentre lentamente i suoi arti cedevano alla stanchezza e imploravano riposo, papà gatto continuava a pensare tra sé e sé, a darsi il tormento per quella situazione, a domandarsi chi e perché avesse deciso di imprimergli una ferita tanto profonda, mortale. Nella contesa tra il sonno che si stava impadronendo delle sue membra e la disperazione che gli imponeva di continuare la ricerca, papà gatto vide un piccolo pezzettino di carta ripiegato sotto una pietra vicina, quella dietro la quale mamma gatta si era accovacciata per dare alla luce i suoi gattini. Risvegliando di botto ogni suo muscolo e ogni suo nervo, raggiunse il foglietto, lo spiegò e cominciò a leggere.

Vi trovò scritto:

Caro marito,

mentre tu giocavi a fare il cane da riporto alla ricerca di chissà quale sconsiderato che si era smarrito nel bosco o in qualche vicoletto del paese, i tuoi figli sono cresciuti giorno dopo giorno – ma tu non hai mai potuto vederli, poiché uscivi all’alba e tornavi a notte fonda, spinto dalla tua insaziabile brama di successo. Da quanto tempo non metti i tuoi figli a letto? Da quanto non li racconti la favola della buona notte? Da quanto non li prepari la colazione?

A riprova delle mie parole sta il fatto che quattro giorni fa il nostro piccolo Anacleto ha preso la sua strada: è diventato un gatto adulto e ha detto che sarebbe partito per girare il mondo.

Ho provato a dissuaderlo, a convincerlo ad aspettare ancora qualche mese, che se voleva mettersi alla prova poteva farlo vicino casa, ché eventualmente avrebbe avuto noi vicini a trarlo fuori dai guai, ma lui no!, non ha sentito ragioni, mi ha urlato che era una decisione presa da tempo e che stava attendendo il momento giusto, e il momento è arrivato e perciò dovevo lasciarlo andare!

Ti somiglia sempre di più, e non so se questo sia un bene…

Alla fine gli ho detto di andare, di scoprire il mondo, di diventare un gatto forte e coraggioso, capace di prendersi le sue responsabilità – non come qualcun altro…

Frida e Diego, invece, sono stati adottati stamattina da quella dolce signora che ci ha portato le coperte tempo addietro. Ci ha nutriti ogni giorno, durante le tue assenze, ci ha portati dal veterinario quando ne abbiamo avuto bisogno e voleva portarci con sé, in casa sua. Dopo alcune resistenze, ho concluso che la cosa migliore da fare fosse affidare alle sue amorevoli cure i nostri cuccioli che, come (non) sai, non sono assolutamente pronti ad affrontare il mondo esterno senza che nessuno si prenda cura di loro, e questo perché non ci sei stato tu ad insegnarglielo.

Io, per parte mia, ho raccolto le mie cose, donato al gattile il resto della roba che avevamo raccolto, e deciso di salire in groppa al primo carretto trainato da qualche cavallo verso chissà dove.

Non so e non mi interessa dove andrò o che farò. Ciò che mi preme realmente è essere libera, come non ho potuto essere con te.

Con tutto l’amore che un tempo ho provato, ti bacio e ti abbraccio.

Sarina

P.S.: l’odore che sicuramente hai sentito nel cespuglio di ranuncoli e non hai saputo riconoscere, è la pipì dei tuoi figli.

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