La principessa degli specchi

Benvenuti, visitatori, vi racconterò la storia di Gaudioso, il pavone vanitoso. Gaudioso era vanitoso a dire il vero per natura, tanto che sin da quando era piccolo passava ore e ore a specchiarsi nell’acqua del placido fiume che attraversava il bosco dove viveva, senza curarsi minimamente di far la propria parte nei lavori e nelle occupazioni necessarie ad assicurare il sostentamento della piccola comunità in cui viveva.

Gli altri animali non lo stimavano molto, e quando crescendo Gaudioso si rivelò essere ancor più pieno di sé, orgoglioso della sua ruota e convinto che il modo migliore per passare le giornate consistesse nel continuare a guardarsi continuamente nell’acqua riflessa, cominciarono a canzonarlo, soprannominandolo “principessa degli specchi”.

Gaudioso non se la prese a male, anzi, gli piaceva come lo chiamavano. Sapeva che gli altri animali erano solo invidiosi di lui, e che ognuno di essi avrebbe fatto qualunque cosa per potergli assomigliare anche solo un pochino.

Ma la cosa veramente curiosa si verificò quando un giorno, perso a contemplare la bellezza della sua stessa ruota, Gaudioso venne avvicinato da una strana scimmia che portava indosso degli oggetti da lui mai visti prima: al polso sinistro portava uno strano aggeggio con due lancette che giravano a casaccio e dei numeri stampati sopra; in testa una strana copertura a forma di noce di cocco rovesciata, probabilmente utile a ripararsi dalla pioggia dato che pioveva a dirotto, benché Gaudioso non se ne fosse sino ad allora reso conto; intorno al collo, un pezzo di stoffa annodato malamente.

La strana scimmia si scusò per l’interruzione, ma veniva proprio allora da un villaggio vicino, un posto abitato da uomini curiosi e pieni di inventiva.

«Sai», disse a un certo punto la scimmia, «in quel villaggio ci sono tantissime opportunità per gente come te. Proprio ieri ho visto che costruivano un bosco vicino a un laghetto, con tutto un parco intorno, recintato e al sicuro dai predatori. Potrei portartici, se vuoi.»

«Sei molto generoso», rispose il pavone, «ma perché mai dovrei andarci? Qui ho tutto quello che mi serve: acqua, cibo, e poi sono troppo impegnato a mantenermi bello per i miei ammiratori per potermi allontanare.»

«Ma se qui non c’è nessuno a guardarti? Chi ti vede? Guarda che ho chiesto in giro, sai? E tutti mi hanno detto che qui hai pochi amici… Io lo so perché, anch’io ci sono passato…»

«In che senso?», chiese Gaudioso, incuriosito da quell’uscita.

«Un tempo gli altri animali evitavano anche me: dicevano che ero brutto e sgraziato, che quando saltavo da un ramo all’altro tutti speravano che non riuscissi ad afferrarmi per vedermi cadere giù; nessuna scimmietta voleva che le spulciassi la schiena, allora mi sono dato da fare. Ho fatto fagotto e sono andato in città, dove mi guadagno da vivere con gli uomini, svolgendo per loro alcuni lavoretti.»

«Lavoretti di che genere?»

«Mah, all’inizio facevo un po’ di tutto… Recuperavo oggetti dove gli umani non riuscivano ad arrivare, facevo compagnia ai bambini… Poi ho scoperto la mia vera vocazione: sono quello che loro chiamano un talent scout, uno scovatore di talenti nascosti. Ad esempio, hai sentito di quel leone che si era separato dal branco e non sapeva più come tornare a casa? Fortuna che l’ho incontrato, l’ho condotto nel rifugio che ti dicevo prima, e adesso fa vita da pascià: sfamato, servito e riverito, come si conviene al re della giungla… E della giraffa che si era fratturata il collo ne hai sentito parlare? Dai, quella è famosa! Ho convinto gli uomini a prendersene cura, e adesso è seguita dai migliori veterinari del mondo… Ma tu, piuttosto? Bello come sei, pensavo che avessi certamente un sacco di ammiratori, un sacco di gente intorno. Invece sei sempre solo…»

«Già, nessuno mi sopporta. Lo so, è da una vita che convivo con questa cosa… Sono tutti invidiosi, e brutti per giunta. Sanno di non essere al mio livello, e che con me al loro fianco sfigurerebbero tutti. D’altronde, anche volendo, non potrei certo mescolarmi con quei bifolchi brutti e ignoranti, sempre sporchi e lerci dopo aver trascorso una giornata a procurarsi del cibo che non fa altro che farli ingrassare. Guarda io, invece, come sono snello e in forma! Ma dimmi, dunque, raccontami della città e di questo posto che dicevi.»

«Oh, è un posto che fa al caso tuo, ne sono convinto. Lì gli abitanti ricevono le cure migliori, i mangimi più prelibati e le case più sicure. Inoltre è sempre pieno di gente, che sono sicuro non vede l’ora di ammirare la tua splendida ruota, faranno la fila!»
«Davvero?»

«Già, ne sono certo! Te l’assicuro, seguimi, e vedrai che non mento.»

Gaudioso non stava nelle piume. Che bello, un posto in cui tutti lo avrebbero acclamato e adulato, colmo di persone desiderose di ammirare la sua leggendaria ruota. Non si fece pregare, raccolse le poche cose che aveva e si mise in marcia insieme a quella strana scimmia.

I due presero a camminare nel bosco, fin quando la scimmietta non gli fece cenno di star zitto e aspettarlo lì, in quella piccola radura cinta da alti cespugli, mentre lui sarebbe andato oltre per un sopralluogo. Mentre aspettava che il suo nuovo amico tornasse, Gaudioso si perse nel regno dell’immaginazione, eccitato dalla nuova avventura e impaziente di mostrare al pubblico la lucentezza del suo piumaggio. Avrebbe cenato con celebrità d’ogni tipo, avrebbe partecipato ai party della gente famosa, forse avrebbe intrapreso la carriera di attore e un giorno avrebbe anche potuto vincere un Oscar! Chissà che poi…

Perso nel suo fantasticare, Gaudioso non s’accorse d’esser stato circondato e narcotizzato da quanti avevano accompagnato la scimmia per prenderlo e portarlo via. La vista s’annebbio, e al risveglio Gaudioso si ritrovò circondato da una fitta grata dalla quale mani umane facevano filtrare molliche di pane invitandolo a cibarsi. Si alzò a fatica, strabuzzò gli occhi per mettere meglio a fuoco quanto gli era innanzi, finché non gettò uno sguardo alla caviglia destra e notò un talloncino giallo che diceva: «Pavo cristatus Linnaeus. Property of City Zoo».

Si guardò intorno, finché non notò una ciotola. Vi si avvicinò, non curante dei richiami dei visitatori, e prese a rimirarsi nel piccolo specchio d’acqua che gli avevano riservato. Era talmente piccola che non riusciva a vedere la sua ruota. L’unica cosa che riuscì a scorgere fu il suo sguardo triste, disperato e pieno di vergogna, consapevole d’esser finito in pieno in una trappola ch’egli stesso s’era teso: la vanità.

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