Il gobbo di Notrebook

Jacopo era un bambino molto timido. Così timido che non riusciva a rivolgere la parola a nessuno, nemmeno ai suoi vicini di casa. Era intimorito dagli estranei, si sentiva soffocare quando qualcuno gli rivolgeva la parola. Immaginate come dovevano essere stati i suoi primi giorni di scuola: l’ansia e l’insicurezza si impadronirono di lui, spingendolo a isolarsi e a chiudersi in un mutismo che aveva del preoccupante. Per fortuna non soffriva di alcuna patologia: i genitori avevano fiutato il disagio del piccolo, e si erano premurosamente curati di effettuare i controlli del caso, dai quali era emerso un quadro clinico di perfetta salute, fisica e mentale; era solo un po’ d’ansia, in fondo…

Jacopo, come tutti i bambini nati a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, era cresciuto in una casa che già ospitava i principali strumenti tecnologici: computer fisso, portatile, smartphone, tablet, console per videogiochi on-line e chi più ne ha più ne metta. Ciò gli consentì di ritagliarsi un piccolo spazio virtuale, ben protetto e controllato, per provare l’ebbrezza di comunicare con qualcuno senza sentirsi inumidire le mani per il nervoso, né dover subire le occhiate di pietosa compassione dell’interlocutore che notava i tic involontari causati dallo stress del vis-à-vis. Non appena ne aveva l’occasione, il piccolo Jacopo controllava il suo profilo Facebook, aggiornava Twitter e giocava on-line in compagnia di migliaia di altri bambini, ben protetto da quell’impenetrabile fortezza immaginaria, talmente piccola che riusciva a contenere solo lui e il suo computer.

Con l’andare degli anni, la situazione non mutò molto. Jacopo trascorse la pubertà e l’adolescenza inchiodato alla poltrona del computer; riuscì, nel tempo, a dotarsi di dispositivi mobili che gli permettessero di essere sempre in contatto col mondo, col “suo” mondo, anche quando veniva trascinato dai genitori a qualche stupida festa di compleanno di gente cui non aveva mai rivolto la parola, o a pranzo da qualche parente che lo avrebbe tartassato di domande del tipo “allora, ce l’hai già una fidanzata?”, “e in piscina? Sei più andato in piscina?”, “scommetto che il sabato sera esci con gli amici e chissà cosa combini… anch’io alla tua età uscivo la sera e non sai in che situazioni mi cacciavo!…”.

No, grazie. Jacopo non voleva sapere quali guai avesse combinato il parente tale o tal’altro da giovane; gli interessava solo sapere se il suo amico di penna (telematica) londinese avesse aperto la posta e letto le e-mail che gli aveva inviato. Ormai aveva assunto come posizione naturale lo stare chino su se stesso. Doveva aver imparato a memoria ogni minimo particolare delle scarpe che indossava, o almeno delle punte, considerato il suo sguardo fisso sul pavimento, calamitato da cinque pollici di pura vita semireale.

Man mano che gli anni passarono anche Jacopo, come molte altri coetanei, si era costruito una seconda vita. On line era sicuro di sé, spigliato, recensiva film e romanzi, diceva la sua senza timori né riverenze di alcun tipo. Era anche famoso nelle community: amministrava una chat in qualità di moderatore, si confrontava con gente proveniente da ogni parte del pianeta, non c’era forum che non bramasse un suo commento. Insomma, per farla breve, era un leader. Virtuale, telematico, ma leader. E come è dovere ogni buon leader, Jacopo era sempre disponibile, sempre connesso, un punto di riferimento costante per chiunque desiderasse rivolgersi a lui. Da quella postazione Jacopo era al sicuro, protetto, in grado di muoversi come e quando voleva, senza paure o timori d’ogni tipo. Tuttavia, anche i leader soffrono la stanchezza.

Purtroppo Jacopo aveva ancora un corpo.

Nelle poche ore di sonno che si concedeva, cercava di svuotare la mente da ogni pensiero, da ogni stimolo proveniente dall’esterno. La pace, la serenità, l’ordine che gli donavano i logaritmi di cui nutriva quella che considerava la sua vera vita si disperdevano quando salvava i dati nelle sue sudate cartelle, avviava la procedura di controllo anti-virus e anti-malware, arrestava il sistema e abbandonava il suo posto nel mondo. Allora si stendeva sul letto del piccolo monolocale che aveva affittato per andarsene dalla casa dei genitori, chiudeva gli occhi e cominciava a girarsi e rigirarsi per ore, senza mai trovare la posizione adatta allo stand-by quotidiano necessario a ricaricare le batterie. Si svegliava stanco, intorpidito, la bianca stanza dove viveva rasserenava la mente dai torbidi pensieri che avevano infestato il suo sonno, la schiena gli faceva un male cane, gli occhi bruciavano, lo stomaco brontolava…

Per fortuna aveva trovato un accordo con uno di quei ragazzi che consegnano i pasti a domicilio: mattina, mezzogiorno e sera, puntale come un orologio gli veniva lasciato il pasto davanti alla porta e venivano battuti due colpi all’uscio del suo monolocale. Lui faceva scivolare i contanti da sotto la porta e rispondeva con un terzo colpo, attendeva alcuni minuti perché l’incaricato lasciasse il pianerottolo, apriva la porta e con gesto veloce tirava dentro il suo pane quotidiano. Il monolocale era piccolo, ma funzionale alle sue esigenze. Nulla più che un quadrato con angolo cottura, uno stanzino che fungeva da bagno e una finestra a parete per dare luminosità all’ambiente (almeno così diceva l’annuncio on-line tramite il quale aveva trovato alloggio; in realtà di luce non è che ne filtrasse molta, ma tant’è).

Proprio da quella finestra, un giorno un bambino che abitava nel palazzo di fronte cominciò a spiare Jacopo. Lo osservò, intento a postare commenti sui social network e a sfogliare una dopo l’altra tutte le pagine web che gli capitavano a tiro, con le tozze dita che spingevano i tasti a una velocità inimmaginabile e la schiena curva sul monitor per ore e ore.

Una mattina particolarmente esasperante per tutto il vicinato, dati i rumori provenienti dalla strada a causa di alcuni lavori alla linea elettrica e per il conseguente black out programmato che ne conseguì, il bambino si impressionò nel vedere Jacopo agitarsi come una belva inferocita rinchiusa in una gabbia troppo stretta. Il black out durò un’oretta scarsa, sufficiente a farlo andar fuori di testa: ruppe la scrivania, rovesciò tutte le sue apparecchiature sul pavimento, prese a calci lo scalcinato materasso poggiato a terra e distrusse quanto gli capitò a tiro. Jacopo non riusciva a sopportare quell’isolamento e quel rumore che gli martellava la testa.

Il piccolo bambino aveva una sorellina più piccola; la andò dunque a chiamare e le disse di fissare l’uomo della finestra di fronte. Se si fosse comportata male, sarebbe stato proprio lui a punirla severamente. Lo scherzo riuscì a impaurire la sorellina, e anche parecchio, tanto che il giorno dopo a scuola si affrettò a raccontare ai compagnetti di classe di aver visto un mostro, un mostro vero, in carne e ossa, non uno di quelli delle favole!

Fu così che, quel giorno di black out, in una casetta piccolo-borghese, una flebile voce di ragazzino diede vita alla leggenda del gobbo di Notrebook.

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