I problemi del mare

Il vero, grande problema del mare è il traffico. C’è troppo traffico, non si riesce più a fare una nuotata in santa pace senza che qualcuno o qualcosa arrivi a disturbare l’equilibrio del mare. Io lo dico per esperienza, in mare ci ho trascorso tutta una vita. Quando ho scoperto il traffico, quasi non ci volevo credere. Mi sembrava una cosa assurda, e sono ancora di questa convinzione. A ripensarci, certo erano tempi duri quelli lì, ma poi sono andati ancora peggiorando.

Sono nata in una spiaggia molto bella, sull’Isola dei Conigli, dove da generazioni la mia gente va a deporre le uova per assicurare la sopravvivenza della specie. Quando il mio guscio si ruppe, sentii subito forte, immediato il richiamo del mare, e così corsi a tuffarmi in acqua senza tanto pensarci. Non vi nego che si è trattato per me di un evento abbastanza traumatico: siamo partite in più di cento dal punto ove erano state poste al riparo sotto la sabbia le uova in attesa della schiusa, ma in poche siamo arrivate a destinazione. Quando ho affondato le piccole zampe in acqua, mi sono voltata un istante e mi sono ritrovato sola. Molti dei miei fratelli e sorelle non ce l’avevano fatta. «È la vita», mi sono detta. La prima grande lezione della mia esistenza è stata che, per quelli come me, anche fare pochi semplici passi può rappresentare un pericolo mortale.

Messa di canto questa importante lezione, mi sono tuffata in acqua corpo e carapace, anche in questo caso senza pensarci tanto su. Avevo fame ed ero stanca, anche perché avevo trascorso gli ultimi giorni a scavare per venir fuori all’aria aperta, e quel che ci voleva era un bel boccone di molluschi. Ritrovai altri fratelli e sorelle che ce l’avevano fatta ad arrivare al mare, e questi mi invitarono a seguirli verso il largo per cercare un punto in cui le correnti fossero meno mosse e poter crescere in pace. Li seguii e proseguimmo in branco, fin quando una forte ondata provocata da chissà cosa ci disperse e mi ritrovai sola.

Lì per lì ebbi paura, non sapevo che fare, ma scorsi in breve i miei parenti poco distanti, riuscii a ricongiungermi con loro e a riprender la via. Nuotammo per giorni e giorni, e ogni giorno una nuova ondata ci divideva nuovamente e nuovamente ci ritrovavamo. Durante una battuta di caccia al gasteropode (di cui vado ghiotta), un’ondata molto più forte delle precedenti contrastò la solita che veniva a disturbare la nostra tranquilla nuotata, ma questa volta, quando riuscii a fermarmi, non trovai più i miei simili.

Era confusa, disorientata, non sapevo dove mi trovassi né verso dove andare, così provai a mettere la testa fuori dall’acqua per orientarmi. Vidi un specie di nave di ferro tutta bianca con una grande banda rossa e una più piccolina accanto di colore verde, con una scritta che non seppi decifrare (non so mica leggere io!).

Quella nave di ferro aveva di fronte una specie di barcone che di ferro non aveva proprio nulla, forse giusto quegli strani oggetti che tre dei presenti a bordo avevano allacciati intorno al collo e che poggiarono sul pavimento dopo che dall’altra nave gli venne urlato qualcosa. I tre quindi alzarono le braccia, mentre gli uomini vestiti di bianco della nave bianca salivano a bordo del barcone e invitavano tutti, sia i tre che gli altri che vennero fuori, a trasferirsi sull’altra nave. Agganciarono il barcone alla loro nave di ferro e presero la rotta verso riva. Tutto quel movimento mi aveva incuriosito, così seguii la scia e li vidi arrivare a un porto, dove le persone che erano sul barcone vennero prime accudite da alcune altre giunte con dei furgoni bianchi con dei disegni rossi, e poi divise e portate via.

Lentamente mi girai per cominciare a far retromarcia e ricercare i miei amici, quando sentii una voce gracchiante richiamarmi alle spalle.

«Ehi, tu.»

Vidi planare verso di me uno strano uccello bianco, con le ali grigiastre e un piccolo becco giallo appuntito. Si adagiò su uno scoglio a pelo d’acqua, sembrava impaziente di ricevere una risposta. Era la prima volta che parlavo con qualcuno di diverso da me; ero un po’ emozionata, così risposi nervosamente: «Chi sei? Come ti chiami? Cosa vuoi da me?».

«Bel modo di rivolgersi a un amico», rispose l’uccello.

«Perché, sei mio amico? Ma se non ti conosco.»

«Oh, sei proprio un testone. Duro come la tua corazza. Ascolta a me, allontanati, prima che ti succeda qualcosa.»

«E che dovrebbe succedermi?»

«Sei molto giovane, si vede dalla tua stazza, e qui l’acqua è torbida e abbondano i pescatori. Per i collezionisti  saresti un’ottima preda, questi qua non vedono l’ora di chiuderti in una bella teca con quattro gocce d’acqua e due sassolini per farti sentire a casa.»

«E perché mai dovrebbero farmi questo? Che ho fatto io per meritarmelo?»

«Ma, tesoro – rispose l’uccello –, non vedi questi qua come si trattano tra di loro? E senza un ragionevole motivo. Pensi che abbiano maggior riguardo nei confronti di noi poveri animali? E non stare a cercare motivazioni, perché, percome e quant’altro. È chiaro che hanno qualcosa che non va.»

«Scusami, visto che sai tutte queste cose, mi spieghi chi sono quelle persone che sono arrivate qui? E dove le stanno portando?»

«Quelli? Quelli li chiamano migranti, pare che sia gente che parte dalla costa qui di fronte per cercare una vita migliore.»

«E la trovano, questa vita migliore?»

«Mah… Ti dirò: io sono uno che viaggia molto, e anch’io, come te, mi sono incuriosito la prima volta che li ho visti, così li ho seguiti in volo. Ho scoperto che vengono portati in un posto recintato, dove li radunano man mano che arrivano, ma non so dirti di preciso cosa facciano loro. Quello che so, è che non è detto che escano presto da lì. Molti vi stanno per parecchie settimane, mesi addirittura, e poi o li rimandano dalla costa dalla quale sono venuti, oppure vengono portati dall’altra parte, verso nord, dove vanno a raccogliere pomodori, arance, olive, quello che c’è. Una volta mi sono spinto fin là, e ho visto dove dormono: praticamente delle baracche sistemate alla bell’e meglio, senza acqua né comodità, fango, pietre e sassi a perdita d’occhio. Le loro giornate sono più o meno così: sveglia all’alba, a piedi o in bicicletta fino ai campi, al lavoro come bestie, a mezzogiorno un pezzo di pane e un po’ di frutta quando va bene, e la sera tornano alle baracche, per ricominciare il giorno dopo. Se questa è vita, dimmelo un po’ tu…»

«Ma trascorrono tutti così il tempo gli umani? Mamma mia che vitaccia!»

«No, macché! Questa è la vita loro, di questi qua. Mica di tutti. Quelli che sono nati su quest’isola o nei territori del nord vivono comodi e coccolati, mentre queste persone si spezzano la schiena e (figurati!) alcuni si lamentano anche della loro presenza.»

«Certo che sono proprio strani questi umani.»

«Strani sì, certo. Ma anche storti.»

«E dimmi, chi erano quelli che avevano quelle strane cose di ferro e che sono stati separati dagli altri?»

«Quelli? Quelli sono i trafficanti. Persone che guadagnano una montagna di soldi per portare qui la gente.»

«Cosa sono?»

«Trafficanti. Quelli che gestiscono il traffico.»

«Ah. Ecco allora perché non si riesce mai a star sereni in fondo al mare. Perché c’è traffico! E dimmi: ma tutto questo traffico non è possibile evitarlo? Così, sai, anche solo per un periodo, giusto per riposare un po’. Tu che voli, che vivi in aria, anche lì c’è traffico?»

«No, assolutamente no. L’unico modo che finora hanno escogitato per il traffico è quello che hai visto tu: barconi, disperati stipati nelle navi, giorni e giorni senza mangiare, bere, potersi muovere, e con il rischio di finire annegati o ammalati di qualche malattia contratta nella navigazione.»

«E quelli altri? Quelli che ho visto da lontano venendo qui, sdraiati sulla spiaggia a prendere il sole? Anche quelli fanno parte del traffico?»

«No, quelli sono turisti. Ce ne sono sempre meno da quando si è intensificato il traffico, per questo gli abitanti di qua protestano e dicono che non li vogliono più.»

«E non li mandano via a loro?»

«No, loro se li tengono ben stretti.»

«E perché? Che fanno mai questi turisti per essere tanto preziosi per gli abitanti di qua?»

«Ragazza mia, sei ancora troppo ingenua per poter sopravvivere su queste coste. Ascoltami, dà retta a un amico, gira il carapace e tornatene al largo. E mi raccomando, nuota in profondità, che non si sa mai vai tu vada a sbattere sulla chiglia di qualche nave!»

Così feci, e da allora nuoto allo sfinimento per cercare un po’ di tranquillità in questa mare sempre troppo affollato, turbolento, vorticoso, che ci mette gli uni contro gli altri, umani contro animali, umani contro umani, famiglie contro famiglie. Maledetto traffico!

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