Amilcare

Una giovane, enorme bestia a quattro zampe, una mole tale da oscurare il sole e far calare le tenebre, due occhi uguali e diversi tra loro, uno pezzato di bianco, l’altro di nero, opera della natura che ironica dipinse sul suo volto la dualità dell’esistere.

Amilcare era un giovane panda nato tra le montagne al confine tra la Cina e il Tibet, una meravigliosa area naturale che purtroppo non ebbe mai modo di visitare per intero, essendosi ritrovato ingabbiato immediatamente dopo lo svezzamento della madre, non un giorno prima né uno dopo.

Venne portato alla zoo di Vienna, nel cuore dell’Europa, dove era stato riprodotto l’habitat natio per assicurargli una vita felice e priva di difficoltà, rigogliosa di bambù d’ogni sorta e al riparo dai pericoli della natura – insomma, era lì per la sua sicurezza.

Ad Amilcare era stato assegnato questo nome da uno zoologo italiano che si prendeva cura di lui amandolo come fosse suo figlio, e dato che non disponeva di progenie aveva stabilito quel battesimo per onorare la memoria del nonno scomparso che tante volte aveva espresso il desiderio di cullare un nipotino.

Veniva accudito con amore e premure, e Amilcare non disdegnava queste attenzioni, seppur non ad ogni rapimento corrisponda una Sindrome di Stoccolma così come non tutte le ciambelle riescono col buco. Il giovane panda, infatti, provava sensazioni contrastanti, sentiva che c’era qualcosa che non andava, a cominciare da come era giunto sin lì.

Quando si ritrovava a pensarci credeva fosse tutto un sogno. Ricordava infatti d’essersi addormentato appoggiato al corpo caldo e morbido di sua madre nel cuore delle montagne, e poi d’esser caduto preda di un incubo in cui veniva condotto di peso dentro un’enorme gabbione e poi a bordo di uno strano aggeggio dove la paura si fuse con lo stupore di poter vedere cosa ci fosse sopra le nuvole. Un incubo che aveva assunto le sembianze di un sogno a occhi aperti nel quale poter ammirare quella meraviglia.

Al risveglio, però, s’era ritrovato di nuovo sotto le nuvole, da solo, senza la sua mamma, e con in più oltre cento occhi umani che lo fissavano da un’altezza impressionante!

Lì per lì rimase impietrito, non riusciva a muovere un muscolo e non sapeva proprio che fare. Poi, quando gli umani presero a emettere un confuso brusio che a lui fece l’effetto di uno sciame di feroci locuste pronte a gettarglisi addosso, ebbe paura ma provò un senso di sicurezza vedendo com’essi non riuscissero a oltrepassare quella strana cosa trasparente che li divideva e che copriva per intero il cielo sopra la sua testa, così decise di fare un giro della sua nuova casa per scoprirne i segreti – e anche per allontanarsi da quell’insopportabile ronzio.

Nulla.

Non trovò nulla.

E nessuno oltre lui!

Amilcare restò sconfortato nello scoprirsi solo, poi però fece una riflessione che lo rasserenò. Prima di allora, infatti, erano sempre stati solo lui e la mamma, non ricordava di aver conosciuto altri panda: evidentemente bastavano l’uno per l’altra e adesso iniziava una nuova fase della sua vita, in cui doveva bastare a se stesso.

Ora lei era ancora libera e felice nelle montagne di casa, e a pensarci bene era stato una fortuna che avessero preso lui; non avrebbe sopportato il pensiero di sua madre rapita nel cuore della notte.

Il ronzio era insistente, lo perseguitava ovunque andasse; poi notò anche il frusciare del bendidio di bambù che era intorno a lui, lo scorrere dell’acqua del fiumiciattolo che aveva incontrato, il vento che li passava addosso: fu stranito dall’udire quei rumori che amplificavano il silenzio e il vuoto nel quale si trovava immerso.

Andò a finire che fece il callo a quel fastidioso bisbigliare che gli giungeva dall’alto ogni giorno, placandosi solo la notte per farlo riposare. L’arrivo dei visitatori e il loro andirivieni finì per regolare le sue giornate e quasi quasi cominciò anche a provare affetto per quel giovane e simpatico zoologo che di tanto in tanto lo raggiungeva per assicurarsi che stesse bene.

Proprio questi, un bel giorno, venne a fargli una visita completa: gli auscultò il cuore, gli controllò il pelo e la dentatura, fece con lui degli strani giochetti d’equilibrio e coordinazione, come quando lo sfidò a rotolare su se stesso e poi a lanciarsi sulla riva opposta del fiumiciattolo. Lo zoologo aveva un’aria strana, e fu così finché non gli annunciò con un gran sorriso l’arrivo di una bella sorpresa per lui.

Amilcare non aveva mai sentito quella parola, e non comprese il senso di tutte quelle cerimonie.

Il giorno dopo sentì un forte clangore: stava aprendosi una porta blindata che poi venne velocemente richiusa, quindi calò il silenzio. Un fruscio attirò l’attenzione di Amilcare: dai bambù emerse una piccola e graziosa panda!

Col cuore colmo di gioia per la nuova compagnia, Amilcare si avventò su di lei e la abbracciò con tutto l’ardore che aveva in corpo. I due ruzzolarono legati l’un l’altra per alcuni minuti tra i bambù e le urla stupite di quel coro che fino a un momento prima era avvolto in un silenzio che aveva sostituito il consueto brusio.

Finito di giocare, Amilcare si presentò.

«Ciao, io sono Amilcare. Mi chiamano così da quando sono arrivato qua, non so come mi chiamassi prima. Tu chi sei?»

«A me mi hanno chiamata Agata. Sono appena stata battezzata, neanch’io so come mi chiamassi prima. Ma dimmi, Amilcare, dove ci troviamo?»

«Ah, bel mistero! – rispose il panda – Pensa che stavo per chiederlo a te.»

«Anche tu ti sei addormentato abbracciato alla mamma e poi ti sei svegliato qui? Questa non è casa mia!»

«Esatto, proprio così. Neanche la mia. Chissà perché ci hanno portati qui.»

«Vedremo. Intanto, che ne dici, giochiamo ancora?»

«Sì!»

Agata e Amilcare strinsero sempre più amicizia nei giorni a seguire. Trascorrevano ore a chiacchierare e rincorrersi e ruzzolare tra le piante della loro prigione alberata, raccogliendo il bambù l’un per l’altra e divertendosi come solo poche altre volte erano capitato loro nella vita.

Andava tutto per il meglio, finché un giorno non scorsero sopra le loro teste lo zoologo accompagnato da un’altra persona che non avevano mai visto, e li videro parlottare tra loro.

«Dottore, ma insomma! Com’è possibile che ancora questi qua non consumino? Ho speso una barca di soldi per far arrivare la femmina, e questi due sono settimane che sono insieme e ancora niente.»

«Non saprei, direttore, è un mistero anche per me. Li abbiamo fatti incontrare nel pieno del calore, a questo punto Agata dovrebbe già essere gravida. E poi è strano che passino tutto questo tempo a giocare. Forse dovremmo consultare qualche etologo che…»

«Consultare un accidenti! – tuonò il direttore – Non c’è modo di accelerare questa “conoscenza”? Ho messo su questo circo per avere una famiglia di panda da mostrare al pubblico, e questi due invece stanno solo facendo fuori tutto il bambù che trovano!»

«Forse un modo ci sarebbe. Si tratta di una tecnica sperimentata in Thailandia secondo la quale, attraverso un supporto audiovisivo…»

«Tagli corto, dottore!»

«Direttore, in sintesi: scimmia vede, scimmia fa.»

«Ah.»

Amilcare e Agata ascoltarono attentamente la conversazione, ma ci capirono poco. Ma cosa volevano quei due da loro?

Il giorno seguente venne portato loro uno strano marchingegno insieme a un telo bianco sul quale a un tratto comparvero strane immagini che sconvolsero gli innocenti occhi dei due giovani. Per ore e ore vennero sottoposti alla visione dei filmati, sedati con una puntura che impediva loro di compiere alcun movimento.

Man mano che il tempo trascorreva il sedativo perdeva effetto, e se una volta ripreso il controllo del proprio corpo Agata si rifugiò impaurita dietro dei cespugli, un’altra strana forza si impadronì di Amilcare, che la inseguì e si avventò su di lei come una bestia feroce. La poveretta, spaventata dal video e dal comportamento di Amilcare, urlò: «Fermo! Fermo! Ma che stai facendo, come vuoi da me? Non eravamo amici?».

«Adesso sei mia!!!»

Amilcare morse ripetutamente alla schiena Agata, che ferita dovette abbandonare ogni resistenza e concedersi alle più oscene perversità di lui mentre piangeva e si contorceva dal dolore.

Lo zoologo, spaventato anch’egli dalla ferocia di Amilcare, trasse d’impaccio Agata con l’aiuto di un altro sedativo sparato con un fucile da distanza di sicurezza. La portò via e la medicò, in attesa che si riprendesse dallo spavento e dalle ferite. Disse al direttore che ormai l’istinto era sorto in loro, non era necessario che a quel loro forzare la natura si aggiungesse ulteriore brutalità.

Conclusa la terapia, Agata venne nuovamente riportata nel recinto di Amilcare, che però continuava ancora a comportarsi come una belva impazzita, anzi, come un perverso cacciatore armato di tutto punto della sua stessa vigliaccheria che tentava di stanare la sua preda.

La violenza si ripeté altre tre, quattro volte, e ogni volta la ferocia di Amilcare aumentava e aumentava, ferendo sempre più in profondità la piccola Agata e costringendo ancora lo zoologo a intervenire in suo soccorso.

Un giorno il direttore convocò lo zoologo: «Allora, dottore, è chiaro che il suo metodo è andato bene a metà. Il maschio monta la femmina, ma non si giunge mai al dunque! E per curarla mi sta costando di medicinali più di quanto incassi con i biglietti di ingresso! Questo storia deve finire».

«Già, già… Direttore, non so che dirle, mi serve del tempo per…»

«Io di tempo non ne ho! Devo riaprire il parco, altrimenti qui vado in perdita e… un momento! – interruppe il direttore – Forse ho trovato la soluzione. Vede, ieri sera facendo zapping non trovavo nulla di interessante in tv, fin quando non sono incappato in un certo film e non ho più cambiato canale… e se fosse questo lo spettacolo da mostrare in pubblico?»

«Cioè?»

«La ferocia del predatore che reclama quanto desidera, la paura della preda, la lotta per la sopravvivenza della specie contro le imposture e le imposizione della morale dominante…»

«Mi scusi, non la seguo.»

«Un porno, per Giove, un porno! Ecco uno spettacolo che farà gola a tutta Europa. Certo però sarà necessario cambiarli i nomi.»

«Ovvero?», rispose sconvolto lo zoologo.

«Non se lo immagina? Io lo vedo già davanti ai miei occhi il cartellone e le sue scritte a caratteri cubitali: “Venite, signori, venite ad assistere in esclusiva al miracolo della vita e alle mille sfumature del sesso. Ecco a voi Ludovica, la panda pudica, che dovrà resistere agli assalti di Imeroso, il panda lussurioso”.»

Lo zoologo rassegnò seduta stante le dimissioni e tornò a casa.

Pochi mesi dopo, una mattina rimase inchiodato al divano di casa per delle ore dopo aver sentito per radio che la giovane Ludovica, la panda femmina del parco naturalistico di Vienna, era rimasta vittima di un’aggressione mortale da parte del suo compagno, Imeroso.

I due – aveva aggiunto il radiocronista – erano balzati agli onori delle cronache diventando la maggior attrazione del parco grazie alle loro evoluzioni sessuali, tanto da incrementare le visite del 300% attirando visitatori da tutta Europa.

Lo zoologo era lì, immobile, a domandarsi chi fosse più bestia tra Amilcare, oramai schiavo del vizio, il direttore del parco, traviato dal danaro, il pubblico, attratto dalla sconcezza, o lui e la sua terapia, che di tutto quel disastro erano responsabili.

Risolse che rimaneva solo una cosa da fare: raggiungere Agata e chiederle scusa.

Aprì la finestra, e s’odì un gran tonfo.

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