Orgoglio e malgiudizio

Una vasca di sabbia e sudore, gradini affollati di persone in preda alla smania di violenza, improponibili paillettes che luccicano sotto il sole impietoso di luglio, urla e vesti stracciate gettate qua e là un po’ per impazienza e un po’ per combattere l’afa.
La Plaza de Toros è stracolma, trepidante in attesa del suo sacrificio di sangue.
Mentre gli spettatori rinfrescano i bollenti ardori mandando giù birre gelate e succhiando avidamente bastoncini sui quali per pochi minuti hanno avuto vita dei ghiaccioli alla frutta, nei sotterranei gli ignari protagonisti dello spettacolo che sta per cominciare si ritrovano fianco a fianco, sporgono le loro enormi teste attraverso le sbarre che li separano e fanno conoscenza.
«Scusa, amico, non vorrei disturbarti ma sono un po’ confuso. Cosa ci stiamo a fare qui?»
«Qui? Ma niente, sta’ tranquillo, è solo un piccolo show per la gente là fuori, dura poco. Tu stai al gioco e vedrai che in un batter di zoccoli è tutto finito.»
«Gioco? Quale gioco? Non me ne hanno parlato. Mi hanno preso al pascolo e portato qui senza tante spiegazioni. Non conoscono nemmeno le regole: sapresti spiegarmele? Sai, giusto per non arrivare impreparato e fare la figura dello scemo.»
«Ahahah!», esplose in fragorosa risata l’altro di fronte a tanta ingenuità, «Ma non ci sono regole! Tu devi solo uscire quando te lo dicono loro e fiondarti sul tizio che regge la capote e poi loro ti indirizzeranno, devi lasciarti guidare. Oh, però sta’ attento, non fare alzate di testa che sennò ci mettono un attimo a interrompere il gioco.»
«In che senso?»
«Voglio svelarti un piccolo segreto. Qualcuno ti verrà incontro con un cavallo bardato di tutto punto, con indosso anche una specie di cose di ferro, come queste sbarre, e il cavaliere ti punzecchierà con una lancia di legno mentre il pubblico urlerà cose del tipo “Oh, che bello! Uao, che bella bestia, com’è forte e possente!” e altre sciocchezze del genere. Poi entra un altro gruppo di spostati e anche loro ti infilzano un po’ qua e là, per dare il tempo a cavallo e cavaliere di lasciare l’arena; infine, entra la star, il matador, che ti farà fare qualche giretto a vuoto e poi dovrà cercare di colpirti. Ecco, il momento è questo: tu là ti devi calmare, fare un respiro profondo e lasciarlo giocare un po’ con te per far piacere al pubblico. Passato qualche minuto, fingi di caricare e ti adagi al suolo. Così il pubblico è contento e verranno a prenderti per curarti le ferite. Io sono alla mia quarta corrida, e sono ancora qui a raccontarlo. Fidati, è un metodo infallibile.»
«Ferite?!? Vuoi dire che mi infilzeranno e mi feriranno per uccidermi?»
«Ma no, cioè sì, è… insomma, è complicato. Non te lo so dire perché a questi imbecilli piaccia questo spettacolo, però ne vanno pazzi. Stanno lì, sugli spalti, si ubriacano ed esultano. Sono una specie strana, anche molto direi.»
«Ma tu come fai a dire che…»
«Ssst! Zitto, non fare rumore, stanno portando il pranzo.»
Dal retro giunsero due addetti alla cura dei tori, portando con sé l’arpón de divisa e il puntello col quale assicurarono il nastro al garrese del novellino. Ma il toro non era il solo vergine della giornata e dello spettacolo. Anche uno dei due stallieri si trovava per la prima volta a prender parte a quella gloriosa tradizione.
Il collega, di gran lunga più esperto, volle spiegargli alcuni trucchi del mestiere.
«Ecco, vedi qua, questo è il punto dove agganciare l’arpón. Occhio, perché se sbagli e prendi poco più sotto questo diventa ingestibile, si innervosisce, non mangia e tanti saluti. È importante che il toro sia il più sereno possibile prima dell’ingresso, altrimenti lo spettacolo va a puttane.»
«E il mangiare? Quando gli diamo il mangiare?»
«Quello dopo. Cinque minuti prima dell’ingresso, deve avere il tempo di cominciare a digerirlo ma non deve essere troppo in là con la digestione, altrimenti la gente capisce tutto.»
«Tutto cosa?», chiese il novellino.
«Ma tutto, no? Che non vogliamo mica ammazzarlo, a meno che non diventi aggressivo! Vedi qui, il vecchio Paco?», lo stalliere esperto indicò la gabbia a fianco, dove il reduce di quattro corride sbatteva qua e là la coda per cacciar via le mosche e con gli occhi semichiusi fingeva di sonnecchiare, «Paco sì che è un gran toro! Guarda là, decine di cicatrici e non una solo volta che si sia azzardato a far colpi di testa. Buono, pacioso, ha capito lo spirito del gioco: tieni le corna basse e avrai salva la vita. In caso contrario, ci faremo delle belle bistecche.»
«Ah, ma quindi non li fanno fuori una volta cominciata la corrida?»
«Ma sei pazzo?!?», tuonò lo stalliere esperto, «Hai idea di quanto costino i tori oggigiorno? Con tutte quelle cazzo di leggi a tutela degli animali di quelli accidenti di stronzi che non hanno un cazzo da fare nella vita e fanno petizioni, raccolte firme, rotture di pelotas contro le nostre tradizioni? E poi per cosa? Per queste belle facce da cazzo?», disse, stavolta volgendosi verso il nuovo arrivato.
«Guardalo, guarda che sguardo imbecille che ha. Paco è un signore al confronto. Lui si vede invece che ancora non ha capito nulla, pensa che lo stiamo vestendo per il gran ballo. Che c’è? Hai voglia di fare il furbo?», scandì con tono canzonatorio guardando negli occhi il nuovo toro, «Pensi di uscire di qui, spaccare tutto e tornartene al tuo cazzo di pascolo? Credi che ribellandoti e facendo come un folle sarai libero e nessuno ti romperà più los huevos? Ma io quelle te le taglio, ci metto un attimo a fare “zac!” e prepararmi una bella zuppa con quelle. E poi, se mi fai arrabbiare, con te e la tua faccia da cazzo ci cucino una bella cenetta per tutto il paese…»
«Forse stai un po’ esagerando…», protestò timidamente lo stalliere giovane.
«Esagerando? Ma sei scemo? È così che si deve parlare con questi animali, devono capire chi comanda. E poi fa parte del gioco; stiamo facendo amicizia noi, vero imbecille?», tornò a dire volgendosi al nuovo arrivato e tirandolo per l’anello che portava al naso.
Quindi lasciò l’anello e si rivolse nuovamente al giovane collega: «Dai, vieni con me, ci siamo dimenticati il pastone, quello è importante…».
«Cos’ha di tanto importante?»
«È il segreto del nostro successo. Un bel pastone di erba condita con cocaina per farlo incazzare quanto basta e chetamina per placare la rabbia. Uscirà da qui come un diavolo, poi, dopo un paio di giri a vuoto e con lo sguardo annebbiato, il corpo si farà più pesante, la testa gli comincerà a girare, gli zoccoli prenderanno a trascinarsi per qualche metro prima di accasciarsi al suolo. E così, se il pubblicò vorrà, il matador potrà fare il suo lavoro. Speriamo di no, questo qua ci è costato un occhio della testa. Ora andiamo, che sta giungendo l’ora.»
Rimasti soli, l’esordiente disse al veterano: «Ma quanto è stronzo quello là!».
«Sì, lo so. Ma non ti angosciare, poi si calma. Hai visto a me come mi tratta bene?»
«Trattarti bene? Ma hai sentito cosa ha detto? Corna basse… Secondo te questo è trattarti bene?»
«Ragazzo mio, è quello che cercavo di dirti: stai calmo, niente colpi di testa e tutto finirà in breve. Poi le ferite si rimarginano e le forze ritornano. Inoltre qui vitto e alloggio non sono malaccio.»
«Ma ti senti come parli? Vorresti dirmi che preferisci passare in gabbia tutta la vita piuttosto che fargli il culo a uno come quello?»
«Tutta la vita, che esagerazione! Non è mica così per sempre. Già altri prima di noi sono stati qui, e alcuni – i più furbi – dopo un certo numero di spettacoli sono stati mandati a far la monta in chissà quali magnifici pascoli di montagna, a brucare erba tutto il giorno, sonnecchiare, fare due chiacchiere con gli amici…»
«Fammi capire: sono stati mandati in pensione?»
«Sì, in un certo senso è così. Che dici, ti fa schifo?»
«Passare una vita a farsi prendere per il culo, drogare e ferire per gioco per poi finire a guardare i tramonti pensando a tutto il tempo che hai passato tra quattro sbarre non mi sembra un granché come prospettiva…»
«È arrivato il rivoluzionario!», rispose Paco con fare ironico, «E sentiamo, invece farsi cuocere sul braciere ti sembra una prospettiva migliore?»
Il nuovo toro non seppe rispondere al quesito posto da Paco: farsi umiliare e restare vivo o dare ascolto all’orgoglio e finire stecchito? Altro che Amleto, questo era il dilemma di Butch Coolidge.
«Avanti, campione, qui c’è la pappa!», rientrò urlando il vecchio stalliere.
Gli passò la sacca intorno al collo e la strinse al punto che il poveretto non poté far altro che mandar giù l’amaro boccone per non soffocare. Fece fuori tutto nel giro di un paio di minuti, poi si spalancò il portellone che aveva di fronte e la luce lo colpì forte agli occhi. Con uno scudiscio venne invitato a entrare nell’arena.
Il pubblico fremente emise un grido di gioia al veder apparire la bestia, fiera e carica come una molla, che come prima cosa fece un giro dell’arena partendo dalla propria destra. Il pubblico tirò un sospiro di sollievo: meno male, niente salida contraria.
Allora entrò il cavaliere con il cavallo bardato di tutto punto e prese a girare intorno al toro, che sempre più si innervosiva per il caldo, la sabbia negli occhi, le urla, i colpi che riceveva sulla schiena…
Doveva resistere. Il vecchio Paco non gli aveva raccomandato altro.
Cavallo e cavaliere si fecero di lato, entrò il gruppo successivo, con aste più piccole che aveva sentito chiamare dal pubblico banderillas. Anche loro presero a girargli intorno, a punzecchiarlo, a infastidirlo, a colpirlo alle spalle come solo i vigliacchi sanno fare.
Poi arrivò lui. Il matador si presentò in scena vestito come un buffone: in testa uno strano cappello e in mano un pezzo di stoffa che agitava come un indemoniato su e giù, a destra e manca, roteando il braccio e fendendo l’aria come se affettasse il prosciutto.
Il toro si perse un istante a contemplare quella strana danza. Gli occhi stavano chiudendosi, le forze cominciavano a svanire, il corpo si faceva più pesante… finché non lo vide.
Il suo sguardo cadde sul vecchio stalliere, che davanti alla sua gabbia rideva a crepapelle scambiandosi colpi di gomito con il giovane che stava istruendo, lo indicava e ne imitava l’andatura barcollante, si storpiava i muscoli della faccia per canzonarlo, si prendeva gioco di lui.
A quel punto vide rosso. No, non il rosso della muleta che il matador agitava per aria, ma un rosso più intenso, più forte, il cui richiamo risultò troppo intenso per poterlo ignorare.
L’ira s’impadronì del suo corpo, raccolse le residue forze e si diresse in direzione opposta alla star dello spettacolo, puntò dritto verso il vecchio stalliere e, con la testa bassa, proprio come aveva detto lui, lo incornò alla parete della stalla stampando quel sorriso ebete sul suo viso per l’eternità.
Staccatosi dal corpo del vecchio aguzzino cedette alla stanchezza, s’accasciò per terra e si domandò se quello scatto d’ira non fosse la scelta peggiore della sua vita, se in fondo non avesse ragione il vecchio Paco.
Si rispose immediatamente di no, riportando alla mente una scritta che aveva letto su un muro mentre lo conducevano nelle stalle dell’arena: “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...