Il processo

«Ebbene, signori miei, vorrei or prendere io la parola in questo consesso riunitosi per giudicarmi. Perché prima che voi giudichiate me, è bene che sia passata al vaglio la morale di chi osa giudicare.

Non dice forse il Cristo “Non giudicare e non sarete giudicati. Non condannate e non sarete condannati”? E chi mai sareste voi, onorevoli signori, per venir meno agli insegnamenti di Nostro Signore – ammesso che egli sia tale?

Dunque mi accingo a presentarmi, dato che avete avuto ben cura di descrivere e puntar la lente d’ingrandimento sulla mia condotta, non curandovi della storia di questo corpo e dell’anima che vi alberga.

In principio vissi in una modesta famiglia piccolo-borghese, di lavoratori e brava gente. I miei genitori erano entrambi impiegati presso i locali uffici postali, e io e i miei fratelli siamo stati cresciuti nel rispetto dell’altro e nell’amore verso il prossimo.

Mi accinsi a conseguire il diploma presso un liceo di quart’ordine, non disponendo il mio paesino natale di istituzioni adeguate alla mia curiosa e avida mente. Così, conseguiti gli studi, mi trasferii presso questa misera terra dimenticate da Dio, ove Sodoma e Gomorra impallidirebbero se solo sapessero di che indegnità è capace questa cittadinanza.

Qui ho scoperto orrori d’ogni sorta: ho sperimentato l’indifferenza della gente, ho conosciuto le anime più abiette, mi sono scontrato con le misere abitudini quivi scoperte – su tutte, consentitemi un esempio, il fatto che nemmeno i condomini si degnino l’un l’altro d’un “buongiorno” di cortesia quando si incontrano sul portone di casa.

Ho tentato di sconfiggere il male che avevo intorno, ma se proprio debbo esser condannato per qualcosa, ebbene che esso sia il tentativo compiuto di cambiare me stesso.

Ho cercato di conformarmi a quanto avevo intorno, e per riuscirvi mi sono affidato all’osservazione della realtà: bar zeppi di bicchieri ricolmi d’alcol? e io ho bevuto; file e file di automobili presso gli angoli bui ove ricevono le peripatetiche? e io ho pagato e consumato; compravendita di narcotici e droghe d’ogni tipo? e io ho sperimentato prima, abusato poi, in ultimo sono entrato nel mercato – con grande soddisfazione dei miei avventori, se permettete l’appunto.

L’elenco potrebbe seguitare: ho rubato, trafugato, frodato, imbrogliato, non mi sono fatto mancare nulla.

E vorrei che fosse ben chiaro che ho svolto queste mie attività a livelli elevatissimi, e in brevissimo tempo sono riuscito a farmi una posizione, a scalare i gradini di questa Babele criminale che chiamate città!

Tra i tossici non v’è chi non conosca il mio nome, nei bar si racconta di me come di una leggenda, in quei lupanari a cielo aperto che sono le circonvallazioni non c’è donna ch’io non abbia soddisfatto!

E ora voi vi presentate con queste assurde accuse, con questa miseria in mano. Vorrei dichiararmi sorpreso e deluso, signori miei, e vorrei che questo mio sentimento fosse messo agli atti. Mi sarei aspettato ben altro.

Io che mi sono reso protagonista di epiche sbronze, di esagerati atti sessuali che riscrivono il concetto stesso di sfruttamento, che ho riscritto manuali medici aggiornando i livelli di tolleranza umana a diversi generi di droghe, mi ritrovo a sprecare il mio tempo con voi.

Ma no, ma no, vi prego, torniamo a noi.

E vi chiedo, pertanto: che diritto avete voi di giudicare me, che ho vissuto secondo i vostri dettami? Che diritto avete di trattenermi qui, io che non ho fatto altro che conformarmi a quanto avevo intorno? Che diritto avrete mai di condannarmi, io che non vi ho condannati?»

«Ragazzo, sei in una stazione di polizia, non in un tribunale. E sei qua perché ti sei presentato volontariamente alla nostra porta, e quando la guardia all’ingresso ti ha chiesto cosa volessi ti sei calato i pantaloni e hai pisciato sulla targa esterna.»

«Eccola, eccola! Eccola la vostra pochezza. Eppure, voglio cogliere ironicamente le vostre accuse, e dichiararmi colpevole. Ebbene sì, sono incontinente!»

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