Il mezzo

Un uomo di mezzo, non di mezza età, ha sbagliato fermata. È sceso dal mezzo che ancora non era arrivato al punto giusto, e dispera di veder passare a breve un altro veicolo da prendere al volo.

Non è vecchio, ma nemmeno giovane. Non vede neppure da lontano il capolinea, ma ha già perso di vista la stazione di partenza.

Non è nemmeno sicuro di poter cambiare mezzo; ormai aveva tutto per poter stare comodamente seduto su quello: manualità, esperienza, ottimi rapporti coi compagni di viaggio. E ora deve ripartire daccapo.

Siede alla pensilina, cercando di fare un bilancio di quel breve tratto di viaggio: cosa gli ha dato, cosa gli ha tolto, quanto vi ha investito su e quanti sacrifici ha dovuto fare per restarvi a bordo.

Gli torna in mente quella volta che il controllore gli disse: «Tu non devi sederti qui, non è ancora tempo per te di poggiare il culo».

«Lo so, lo so, mi scusi – aveva risposto –, è solo che è da tanto che aspetto, e ora che se n’era liberato uno ho voluto provare a riposarmi un po’.»

«Sei qui per produrre, non per riposare!»

«Ma certo, ma certo… So perfettamente che sono l’ultima ruota del carro, che sono salito da poco, che devo stare in piedi e tutto il resto. Solo volevo…»

«Torna allo scanner e digitalizza questi documenti», interruppe bruscamente il controllore gettandogli addosso un’enorme pila di fogli.

Quella volta era tornato allo scanner e aveva sbrigato in fretta il lavoro. Non voleva che alla discussione si accompagnassero accuse di poca professionalità. Era lì solo da due mesi, con un contratto da stagista e delle tutele che avrebbero fatto rabbrividire le mondine cambogiane. Perciò ingoiò il rospo e svolse i suoi compiti buono buono.

Dopo un po’ che il mezzo era in viaggio, si profilò una grande opportunità: forse s’era liberato un posto, e girava voce che volessero assegnarglielo!

Un compagno di viaggio anziano, ben visto dal conducente e dal controllore, gli confidò che avevano deciso di assegnarlo proprio a lui, che era questione di poche settimane e sarebbe stato ufficializzato.

Lui non stava più nella pelle. Lì dentro si trovava bene, e la soddisfazione, dopo aver trascorso tanto tempo in piedi attaccato a una maniglia sudicia, di essersi guadagnato col suo sudore quel posto lo inorgogliva. Inviò subito un messaggio alla moglie per annunciarle la grande notizia.

Qualche giorno dopo il controllore lo mandò a chiamare per il giorno dopo, venerdì, verso sera, perché richiesto dal conducente. Lui si presentò col suo abito migliore: voleva mostrarsi in tiro per quel momento così importante e intendeva serbare un bel ricordo di quello che considerava un passaggio fondamentale lungo il percorso della sua esistenza.

Aveva già programmato tutto: sarebbe entrato in cabina con un gran sorriso, avrebbe dichiarato la propria soddisfazione per il percorso di crescita che lo aveva condotto sin lì, avrebbe detto che il duro lavoro era stata un’ottima palestra di vita, non solo professionale, e sciorinato le migliori intenzioni per il futuro. Quindi sarebbe passato a prendere una bottiglia di vino buono, di quelle care, per festeggiare con la moglie, e insieme avrebbero discusso del loro futuro: cambiare casa, richiedere un mutuo, finalmente un bambino!

Entrato in cabina tutto andò come previsto. Tranne un particolare.

Quella promessa del posto fisso, della poltroncina dietro il conducente dal quale poter osservare al meglio il percorso, si era trasformato nel giro di pochi giorni in una sistemazione provvisoria, di una cosa a tempo, uno di quei sedili estraibili attaccati alla parete con un congegno a molla per ritirarlo su quando non fosse più necessario. La poltroncina promessa andava rifoderata, era vecchia e doveva essere aggiornata ai tempi nuovi, per questo vedeva tanti posti di quel genere liberi, erano tutti da rivedere.

Non era cosa che si potesse sbrigare in breve tempo: prima era necessario che il mezzo si riprendesse un po’ dagli scossoni dovuti a un asfalto accidentato, da qualche ammaccatura della carrozzeria, dalla spesa per le sospensioni che dovevano andare in manutenzione.

«Oh, però non ti preoccupare – gli avevano detto – passato questo periodo e fatti questi aggiustamenti, il posto è tuo.»

Ingoiò ancora una volta il rospo, strozzò le proteste in gola e rispose: «No, macché preoccupato. Capisco benissimo. Grazie lo stesso, ci vediamo lunedì. Buona serata».

Mise tutto se stesso per sforzarsi di non scaricare su sua moglie la rabbia e la frustrazione che quella conversazione gli aveva lasciato indosso.

Povera donna, non si meritava una sola goccia di tutto il veleno che aveva indosso. Se c’era mai stata una persona che lo aveva sostenuto e rincuorato nei momenti difficili, se mai avesse avuto bisogno di una tana sicura in cui rifugiarsi nei momenti di sconforto, quella era lei.

Perciò raccontò il colloquio alla moglie tutto d’un fiato, denunciando la sua rabbia e la sua delusione e scusandosi perché, evidentemente, non era riuscito a fare quanto era in suo potere per ottenere qualcosa di meglio. Lei lo abbracciò forte, gli disse di star tranquillo e che non aveva nulla di cui scusarsi: erano l’uno il mondo dell’altro, nel bene e nel male, in salute e in malattia, in stabilità e in precariato.

Non glielo confessò mai, ma quella notte dovette alzarsi dal letto per correre in bagno a piangere in silenzio, commosso dalla sua tenerezza e umiliato nel guardarsi allo specchio.

Tornato sul mezzo, riprese il lavoro di tutti i giorni come se nulla fosse cambiato, nemmeno il rapporto col conducente e il controllore, che mantenevano il controllo di quel seggiolino a molla su cui poggiava il culo. Anzi, a momenti quasi sembrava s’aspettassero ch’egli ringraziasse ogni giorno per non dover stare più in piedi aggrappato alle maniglie.

Nel frattempo vennero avviati i lavori di manutenzione di cui necessitava il mezzo. Le sospensioni vennero sostituite, la carrozzeria riparata, il motore aveva ripreso vigore. Ma le poltroncine non erano ancora state rifoderate, e questo lo turbò non poco.

Stava scadendo il tempo previsto in cui avrebbe dovuto sedere lì dove stava, e un giorno passò il controllore, cui chiese lumi circa il futuro.

Questi lo fissò con un gran sorriso – preludio a una risoluzione, pensò – e gli assicurò che faceva bene a star tranquillo, in cabina si stava lavorando anche per lui, non aveva nulla di cui preoccuparsi. Doveva solo tornare al lavoro e continuare a fare del suo meglio, come aveva fatto sino ad allora.

Uscì da quel colloquio rinfrancato eppure confuso. Non aveva avuto alcuna risposta definitiva, le sue paure non erano state fugate da quelle poche, nebulose, affermazioni. Tuttavia non aveva scelta, e proseguì al meglio delle sue possibilità.

Scaduto il termine, era di nuovo venerdì sera, venne convocato in cabina.

Il conducente lo accolse mettendo bene in mostra la lucida dentatura con un sorriso che sembrava tradire fiducia e felicitazioni per il gran momento, ma non volle crearsi illusioni finché non avessero chiarito fino in fondo ciò che intendeva fare di lui.

Il conducente, nonostante l’apparente bonarietà, dovette dirgli che purtroppo non era ancora periodo per rifoderare le poltroncine, però aveva trovato per lui una soluzione alternativa, forse addirittura migliore.

Durante i lavori di manutenzione aveva fatto installare dei seggiolini simili a quello da lui occupato sino a quel momento, però all’esterno, fuori dall’abitacolo.

«Pensaci, potrai continuare a fare il tuo lavoro comodamente seduto all’aria aperta, alla luce del sole, anziché in questo ambiente chiuso e dall’aria viziata!»

«Mi scusi, potrebbe spiegarmi meglio, temo di non capire sino in fondo.»

«Ma certo. Allora, il posto è esterno, ma fa parte del mezzo. In pratica si tratta di una soluzione fluida che accontenta tutti quanti, il mezzo, che così può continuare a fruire del tuo preziosissimo contributo, e tu che non avrai più problemi di scadenze o insicurezze di sorta, dato che potrai gestire in piena autonomia il tuo lavoro e il tuo tempo – sempre compatibilmente con le esigenze del mezzo, s’intende.»

«E il salario?»

«Ecco… Quello vedremo se riusciremo a mantenere la tua busta paga attuale. Sai, bisogna vedere la spesa e la resa per il mezzo, il regime fiscale, le tutele…»

«Ma appunto… nel seggiolino esterno ci sono le cinture di sicurezza?»

«Come?»

«Intendo dire: io sinora sono stato seduto al seggiolino a muro, d’accordo?, e questo aveva la cintura di sicurezza. Cioè, se il mezzo avesse preso una buca e io mi fossi fatto male, sarei stato protetto dalla cintura, che mi avrebbe sostenuto. Volevo capire: all’esterno la cintura di sicurezza c’è? È prevista?»

«Ho capito, ho capito. No, veramente no. Quando l’hanno installata ci hanno detto che non era possibile inserirla, perché non è prevista nel regolamento.»

«Ah – fece lui contenendo la rabbia –. Ma almeno continuerò a mantenere la possibilità di assentarmi in caso di malattia o, che so?, se avessi voglia di prendermi qualche giorno di riposo perché vedo un calo nel mio rendimento e sentissi il bisogno di ricaricare le batterie?»

«Ma certo!»

«Mantenendo quanto valeva in precedenza? Cioè, il salario sarà lo stesso anche se mi assenterò per qualche giorno?»

«Eh… Vedremo quel che si può fare. Sai, come ti dicevo, la posizione che ti stiamo offrendo è interna e al tempo stesso autonoma rispetto al mezzo. Cioè, il mezzo per poter camminare ha bisogno del contributo di tutti, e se tu non contribuisci da quella posizione non credo sia possibile trattarti come gli interni. Cercherò di trovare una soluzione, te lo prometto.»

«Guardi, non è che non mi fidi…»

«Cosa? Come fai a dire una cosa del genere? Che ingrato! Ma se sono stato io a darti la possibilità di salire a bordo quando eri alla stazione a guardarti le scarpe in attesa che qualcuno ti desse il permesso di salire?»

«Innanzi tutto, io non ero là in attesa di un bel niente – sbottò –; secondariamente, ho contribuito al buon andamento del mezzo esattamente come chiunque altro qui dentro, e non vedo di cosa dovrei essere grato o riconoscente; terzo: dopo mesi e mesi trascorsi in piedi aggrappato alle maniglie, e un anno trascorso su un seggiolino scomodo e instabile nella speranza di potermi accomodare un giorno su una poltroncina fino al capolinea, questa proposta mi sembra alquanto inadeguata. Anzi, se proprio dobbiamo dirla tutta, mi sembra una vergogna che dopo tanto tempo trascorso a bordo ancora mi si tratti come se fossi uno sconosciuto venuto a elemosinare un passaggio.»

«La proposta è questa, e non cambierà. Se non ti sta bene non so cosa dirti…»

«Lo so io. Accosti, prego, io scendo qui!»

E così ora si ritrova seduto alla pensilina, con una tettoia male in arnese che probabilmente lascia filtrare acqua a catinelle quando piove. Dà uno sguardo al cielo: non sembra minacciare pioggia, ma prima o poi muterà in maltempo.

Si scopre a fissarsi la punta delle scarpe che aveva acquistato il giorno prima di salire su quel mezzo, per far bella figura. Ora dovrà consumarle, come le precedenti, camminando alla ricerca di un altro mezzo che lo carichi a bordo.

Ciò che però più lo turba, tuttavia, è il fatto di dover raccontare tutto alla moglie. Come reagirà? Lo biasimerà per aver perso il mezzo, per esser sceso a quella fermata nel mezzo del niente con tutte le difficoltà che comportava quella decisione, o lo rincuorerà ancora e si dirà fiera di lui per non aver ceduto al ricatto ed essersi fatto valere?

Per come la conosceva lui, e la conosceva bene, certamente avrebbe optato per la seconda. Al tempo stesso, però, sapeva che quel dubbio gli sarebbe rimasto per tutta la vita.

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