Il pic nic delle sante

«È una bellissima giornata di maggio, i mandorli sono in fiore e il sole alto in cielo. Sarebbe un peccato non approfittarne. Organizziamo un pin nic, manda un messaggio a tutto il circondario.»

Così disse santa Filomena a santa Barbara ammirando il panorama che si stagliava di fronte ai loro occhi e al loro tavolino apparecchiato di tutto punto per una buona colazione in compagnia.

Santa Barbara, entusiasta, corse ad avvisare amiche e amici e disse loro di far girare la voce. Volevano tutte e tutti presenti per celebrare il magnifico dono del Signore che quella giornata era.

Intorno a mezzogiorno le due furono le prime a giungere presso il grande albero all’ombra del quale avrebbero trascorse le ore pomeridiane godendosi il tepore primaverile sdraiate sull’erba.

Stesero la grande tovaglia sulla quale avrebbero poggiato le pietanze e disposero alcuni fiaschi di vino ai quattro angoli per tenerla ferma; quindi decisero di ingannare l’attesa cogliendo dei fiori per decorare quel desco improvvisato.

Di ritorno dalla raccolta, notarono in lontananza i primi invitati assieparsi all’ombra del grande albero e furono felici che tante persone avessero aderito alla loro iniziativa. Felicità che s’affievolì quando s’avvicinarono e notarono che quella che da lontano sembrava una gran folla, in realtà era uno sparuto manipolo di santissime donne.

Esauriti i convenevoli, fu sant’Orsola a cacciar via l’imbarazzo: «Suvvia, signore, non ci sono uomini, embè? Vorrà dire che si farà un pic nic tra donne, anzi, tra sante».

«Sì, che bello!», risposero in coro le convitate.

Ognuna di esse aveva portato qualcosa: chi delle teglie con dei primi da mangiare freddi, chi delle insalate, chi la frutta, sant’Agata, santa Lucia e santa Rosalia aveva provveduto a preparare in fretta e furia caponatina, parmigiana, melanzane e peperoni grigliati e marinati e alcuni dolci, tra cui la cassata.

Sistemato tutto ben bene e visto che era ancora presto per mangiare decisero di giocare a rubabandiera. Erano in tredici, numero perfetto. A santa Tecla non andava di affaticarsi, così fu designata portabandiera.

Fecero tre turni di rubabandiera, e incredibilmente l’esito fu sempre lo stesso: per tre volte di fila santa Caterina da Siena batté quella d’Alessandria, santa Barbara stracciò sant’Orsola, santa Lucia surclassò santa Caterina di Svezia, santa Chiara non vide nemmeno partire santa Filomena che quella già era tornata alla base, sant’Agata irrise santa Rosalia per la sua goffaggine e santa Gemma venne superata da santa Innocenza.

Stanche e con le mascelle indolenzite per il gran divertimento, passarono dal fiume per darsi una rinfrescata prima di mettersi a tavola.

«Orsù, benediciamo questo ben di Dio e poi cominciamo a fare i piatti», esortò santa Tecla.

«Ma dai! – protestò santa Lucia – Anche ora che siamo tra di noi dobbiamo benedire tutto? Più benedetto di così, un consesso di sole sante, non vedo cosa ci possa essere?»

«Santa Lucia, non posso ascoltare le tue parole senza provare un gran dolore – ribatté santa Caterina di Svezia – che forse ognuna di noi non necessita costantemente della protezione di nostro Signore?»

«Certo, è evidente, tuttavia se per una volta lasciassimo da parte i convenevoli non penso che saremmo poi così invise agli occhi del Padreterno. Suvvia un po’ di coraggio, sarebbe un peccatuccio veniale!»

«Veniale, dici? Ma ti senti come parli? – proruppe santa Chiara – Il Signore va glorificato ogni giorno, ad ogni ora, ad ogni pasto, affinché protegga e mondi le nostre anime!»

«Oh, santa innocenza…»

«Che c’è? Devo dire la mia?»

«No, no, era così per dire…»

«Signore, signore – intervenne sant’Agata – vi prego, è una bellissima giornata. Nostra sorella santa Filomena ha avuto una splendida idea a organizzare questo banchetto nel bel mezzo della meravigliosa creazione divina che è la natura. Santa Lucia dice mezza verità: un simile consesso è qualcosa di straordinario, e conformemente alla sua straordinarietà propongo di abbandonare l’etichetta e chiamarci per nome, poiché siamo sorelle. Per il resto, perdonami Lucia, ma sei in netta minoranza. Tecla, vuoi dire tu la preghiera?»

Una volta benedetto il cibo, benedette le bevande, poi l’albero, il prato, i fiori, gli uccellini, le formiche, le api, le libellule, il fiume, la brezza, il tepore primaverile, il bel tempo, il cielo, il sole e l’universo intero, finalmente fecero le porzioni. Meno male che era tutta roba da mangiare fredda!

«Ottimo questo cuscus! Chi lo ha preparato?», domandò Barbara.

«Io. Ho usato una vecchia ricetta delle parti mie», rispose Caterina d’Alessandria.

«Brava davvero!», dissero in coro Rosalia e Filomena.

«Grazie mille. E invece questa dolcissima macedonia di chi è? Lo so che non dovrei, ma adoro mangiare un po’ di frutta prima dei pasti.»

«L’ho fatta io. Ho colto giusto ieri della frutta e visto che era parecchia…», rispose Innocenza.

«Hai fatto benissimo, è squisita.»

«Avete assaggiato la caponatina e la parmigiana?», intervenne Agata.

«Sì, sì, buone come quelle di mammà», si complimentarono Lucia e Rosalia.

«E voi?»

«Emh, no, non ancora», fece imbarazzata Orsola, che al sol scorgere l’olio che colava da quelle teglie inorridì.

«Beh, e che aspetti? Dai su, passami il piatto che ti faccio la porzione.»

«No, dai, davvero…»

«Insisto. Ho trascorso la mattinata in cucina ed è veramente speciale quel che n’è venuto fuori. Ecco, prendete: questo piatto è per te, questo per Gemma, quest’altro per Caterina di Svezia, Filomena, Tecla…»

«Ma dite un po’, invece – domandò Barbara –, com’è che siam solo donne? Gli uomini che fine hanno fatto?»

«Ma saranno ancora briai da iersera. Ma chi li schioda quelli dal letto al mattino?», rispose Caterina da Siena.

Gemma sussurrò all’orecchio di Innocenza, seduta proprio accanto a lei: «E quella sarebbe Caterina di Siena? ’un si parla mìa così a Siena. Dammi retta: lellì c’ha sangue lucchese».

«Lucchese un corno, Gemma – replicò Caterina – io son di Siena centro, ho portato anche i’ panforte!»

«O come me lo spieghi codesto tu’ eloquio allora?»

«De’, da bimba c’avevo un maestro di Livorno. M’ha ’nsegnao lui a legge’ e a scrive’.»

«Ah, ecco. Questo spiega molte cose…»

«Che intendi dire?»

«Signore, sorelle – disse Caterina d’Alessandria riportando l’ordine – vi prego, per cortesia. Non diamo adito a quelle malelingue che dicono che noi donne si sta sempre a litigare, siamo superiori.»

«È vero – replicò Agata – quei lazzaroni sono sempre pronti a mettere becco nei fatti nostri, anche quando non c’entrano nulla. Ma poi, Caterina da Siena, che c’è stato ieri sera?»

«Ma nulla, nulla, è che sai come son l’òmini: l’ultima sigaretta, l’ultima birra, l’ultima cena… e poi si finisce sempre che son mezzi come cenci e noi si deve raccoglie’ pezzi.»

«È vero, hai ragione sorella – sentenziò Tecla – avreste dovuto vederlo il grande Paolo, l’Apostolo delle genti, come si riduceva dopo una giornata di predicazione. Un fiasco di vino, meglio se Falerno, e tanti saluti. Prendeva due seggiole, stendeva i piedi e giù a ronfare mentre io rigovernavo e mettevo a posto tutto da sola perché lui aveva la scusa che aveva lavorato tutto il giorno.»

«Lo so, cara mia, lo so come ci si sente – intervenne Chiara – pensa che Francesco (buono e caro com’è, per carità!) stamane quando gli ho detto del pic nic sai che mi ha risposto? “Ma non è giorno di bucato?” “Toh! – gli ho detto – Io mi vado a divertire con le amiche mie. Se proprio ti serve il saio pulito qua c’è la saponetta e il fiume sai dov’è. Ci vediamo stasera.” Dovevate vederlo, è rimasto a bocca aperta a contemplare la saponetta manco fosse la prima volta in vita sua.»

«Ahahah, brava!», esclamarono in coro.

«Sì, ma non credete, anche Paolo con quell’aria da santarellino me ne ha combinate delle belle… Gli ho dato tutta la mia devozione, il mio sostegno, il mio amore, e quando ad Antiochia mi han dato in pasto alle belve il signorino era troppo impegnato nella predicazione per venirmi a dare una mano!»

«E perché, quella volta che Francesco…»

«Sorelle, sorelle – intervenne ancora Orsola – vi prego. State pur sempre parlando di uomini del Signore, mica di efferati peccatori! E che dovrei dire io, allora, che son passata dalla padella alla brace rifiutando Ereo e trovandomi tra i piedi quel sudicio unno animato dal diavolo?»

«Oh certo tu dovevi esse’ bellina da giovane se du’ omini ti facevano i’ filo!», commentò Caterina da Siena.

«Sì sì, codesta vì l’è più lucchese di me che son di ’apannori», bisbigliò ancora una volta Gemma alla vicina.

«Dillo ancora una volta e ti gonfio!»

«O bimba, ma se tu parli così che devo pensa’? Badavì, t’ha’ portato solo un’insalata e i’ panforte che di siuro tu l’avevi digià ’n casa. Più lucchese di così!»

«Oh che avresti portato te invece? ’un mi par d’avetti vista arriva’ co’ varcosa ’n mano!»

«Ho trovato chiusa la ’ooppe, mi spiace. Dicano ’unn’apre più la domenica, han fatto festa.»

«Tornando a noi – riprese Orsola – non vorrei peccare di vanità, però vi dirò che sì, era molto ammirata. Quando Ereo chiese la mia mano a mio padre ero terrorizzata, temevo di perdere la via della grazia e della virtù. E invece il poverino era innamorato davvero, mi seguì addirittura quando dopo tre anni che rimbalzavo la sua proposta l’angelo messaggero mi disse di prender la via del mare e allontanarmi da casa. Quando ci ripenso, guardate…»

«A me uno appena m’ha vista m’ha chiesto di sposarlo. Ma dico io, possibile mai? Uno vede una donna e subito dice “sposami, sei mia”. E quante cose che m’ha offerto per convincermi, ah! Mari e monti, fortezze e territori, come se stesse contrattando un carico di olive. Io me ne volevo tornare a Corfù ma quello niente, o ci stavo o m’ammazzava. E mica ci ha perso tempo a farmi fuori», raccontò Filomena.

«Ma sai che è successa la stessa cosa a me? – intervenne Innocenza – Un giorno io ero a casa mia a Rimini tranquilla tranquilla, quando si presenta questo romano con tutto l’esercito, fa tanta scena, tante storie, dice che è di ritorno da una grande battaglia e si merita un premio e comincia a fare tutte queste manfrine che raccontavi tu.»

«Un romano? – domandò Filomena – Ma di che anni stai parlando?»

«Mah, sarà stato il 302, 303 al massimo.»

«Pazzesco! Anch’io, stessi anni. E anche il mio era un romano, diceva di essere imperatore. Ti ricordi come si chiamava?»

«Aspetta che provo a ricordare. Era un nome che cominciava per “Dio”: Diol… Dioc… Dioz…»

«Diocleziano?»

«Ecco, sì, brava. Era così che si chiamava.»

«Hai capito l’imperatore…», commentò sarcastica Orsola.

«Teneva il piede in due staffe», aggiunse Caterina di Svezia.

«Curnutazzu!»

«Rosalia!», trasalì santa Innocenza.

«E no, scusa Innocenza, ma quando ci vuole ci vuole», intervenne Lucia in difesa della conterranea.

«Sono d’accordò», incalzò Agata.

«Ovvia sorelle, l’òmini ’un son mìa tutti così sudici. Se penso al mi’ babbo, lullì era un sant’òmo! Quando gli dissi che mi volevo fa’ sòra ’unn’ha detto pio, m’ha sostenùa ’n tutto e per tutto. Il problema, semmai poi, le son stae le sòre, che nel loro ordine ’un mi ci volevan mica.»

«Perché ’un sapevi legge’ e scrive’?», fece ironica Gemma.

«Ancora? Ma se m’han fatta anche dottoressa della Chiesa! E poi il mi’ maestro l’era di Livorno.»

«Appunto.»

«Brutta…»

«Caterina!»

«Sì?», domandarono all’unisono le tre.

«No, no, sorelle, per favore… – riprese Lucia – dicevo a quella da Siena. Per cortesia Gemma, smettila di fare l’antipatica…»

«Antepatìa io? Ma quando mai?»

«… e riprendiamo il filo del discorso. Sorelle, mi par di capire che abbiamo avuto esperienze diverse con gli uomini. Eppure sono tutti creature del Signore, anime da salvare.»

«Anime da salvare un corno! – si accalorò Agata – Quello lì a me di tutto mi fece: fustigazione, taglio delle mammelle, carboni ardenti… Meno male che c’era Pietro a venirmi in aiuto, lui sì una creatura divina. Quell’altro maiale spero stia bruciando a fuoco lento laggiù.»

«Ha ragione Agata, cara Lucia – si inserì Orsola – ci son certi uomini che del Signore non hanno manco un’unghia. Anche tu, dopotutto, sei stata torturata e decapitata da uomini.»

«Ah, quello anch’io», disse santa Barbara.

«E perché, io no? – ribatté Caterina d’Alessandria – A me prima la ruota dentata e poi “zac!”, sul collo. Però dipingono sempre il Battista, solo lui hanno decapitato, poverino!»

«Se è per questo a me Attila m’ha fatto ammazzare a frecciate. E mica sto qui a lamentarmi perché dipingono sempre san Sebastiano», protestò Orsola.

«A proposito di dipinti – aggiunse Agata – giusto l’altro giorno ho visto un dipinto del XVI secolo – o forse del XV – dove c’erano Adamo ed Eva che prendevano la mela dall’albero della conoscenza, e il serpente intorno che aveva il volto di donna! Ma insomma, possibile che si debba sempre esser trattate a pesci in faccia, anche nei dipinti?»

«Ma perché lì quella storia là io mìa l’ho mai ’apita bene – disse Gemma levandosi in piedi per spolverare la veste dalle briciole – o che sarà mai quel frutto proibito lì? Si vol mìa accusa’ santa Maria della Sapienza di indurci al peccato?! E poi anche lì, vell’òmo da pòo, Adamo: se sapeva che i’ Signore s’infuriava di molto, poteva ben dille di ’un fa’ tante storie e portalla via a Eva. Me l’immagino quando vengan scoperti che dice “Signore, io ’un c’entro nulla, passavo di vì…”. Quando c’è da fa’ l’òmini, l’òmini se la filano!»

«Tu parli da eretìa!», accusò Caterina da Siena.

«Eretìa sarai te, contradaiola! Io dìo solo le ’ose ’ome stanno. Gira rigira noi si deve sempre passa’ da biscare, così l’òmini son contenti.»

«È una presa di posizione un po’ forte…», protestò Caterina di Svezia.

«Forte ma giusta. Anch’io la penso come Gemma – disse Rosalia – difatti dove ha portato questa condotta remissiva? Non si può aprire il giornale oggigiorno senza trovarci una donna ammazzata, una violentata e un’altra ancora picchiata a sangue. Dobbiamo prendere provvedimenti.»

«Sì, ma che fare?», dissero le altre in coro.

«Beh, dovrebbe essere un problema di Agata…», suggerì Tecla.

«Cioè dovrei proteggere tutte le donne del mondo da sola? Santa sì, ma i miracoli mi riescono solo con la lava!»

«E che si dovrebbe fare, secondo te?»

«Io penso – si intromise Caterina d’Alessandria – che in fondo la risposta stia proprio qui, davanti ai nostri occhi.»

«Cioè?»

«Pensavo che in fin dei conti gli uomini che commettono crimini come questi sono come i lombrichi che ci stanno camminando sulla tovaglia: viscidi e senza spina dorsale. E allora a noi tocca schiacciarli, ma attenzione, con le armi giuste: se ne schiacci uno vedi che già altri cento ne stanno nascendo da un’altra parte. Occorre lavorare sul terreno dal quale nascono, e dunque non può certo essere lavoro di una sola persona, nemmeno se santa.»

«È vero.»

«Hai ragione»

«Concordo appieno.»

«E serviranno anche l’òmini!», aggiunse Caterina da Siena.

«Che dici mai?»

«Caterina, l’ha’ detto te. Òmini come questi che commettano veste schifezze vì son come lombrichi. Ma ce ne son tanti che ancora lombrichi ’un sono, e ni si deve di’ bello chiaro e tondo che la lotta è di tutti, ’un solo delle donne.»

«Sono d’accordo – disse Chiara – la giustizia si conquista, ma bisogna anche coltivarla. E per coltivarla è necessario preparare il terreno, spargere il seme, cacciar via le cattive abitudini e mostrare la via da seguire. E solo la conoscenza apre le porte a un mondo nuovo, senza ingiustizie, senza soprusi, senza prevaricazioni. Santa Maria della Sapienza e quell’albero dal cui frutto è sorto il peccato sono proprio ciò che fa al caso nostro. Che la Sapienza, donna, illumini tutti gli uomini di buona volontà.»

«Amen», dissero in coro.

Mentre mettevano ordine e raccoglievano l’immondizia prodotta per lasciar tutto come l’avevano trovato, si dissero liete e felici di aver trascorso quella solare giornata in compagnia di sì buone amiche.

Così presero preciso impegno di ripetere ogni anno quell’incontro. Se gli uomini, come aveva detto Caterina da Siena, erano maestri nel richiamarsi alle occasioni ultime, loro in quel giorno avevano inaugurato una prima, nuova, bellissima tradizione: il pic nic delle sante.


Post scriptum

Sulla via del ritorno, poco prima di separarsi, Caterina da Siena chiamò a sé Gemma e le chiese perdono, doveva confessare una cosa.

«Senti, Gemma, ti prego di perdonarmi, non potrei dormire altrimenti con un simile peso sullo stomaco.»

«Ma certo Caterina, ma certo. E dimmi, per cosa implori il mio perdono?»

«Ecco, vedi… la verità è che il mi’ maestro ’unn’era di Livorno. Veniva da Tassignano.»

«Lo dicevo io!»

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