Margherita

«No, proprio non mi va giù! Questa storia è zeppa di imprecisioni, di notizie romanzate e mistificate, di avvenimenti senza capo né coda, non c’è un senso!

Guarda qua: “Il nostro presidente ha incontrato il suo omologo dell’Est per risolvere l’annosa questione dei caduti di guerra, e il dialogo s’è svolto all’insegna di toni amichevoli e collaborativi, a riprova dei buoni rapporti intercorrenti tra i due Paesi nonostante i recenti avvenimenti”. Ma ti pare possibile?

Ma dico io: quello è andato a reclamare il nostro sacrosanto diritto di riavere indietro le salme dei nostri soldati morti in guerra per consentire ai familiari di celebrare i funerali, di avere qualcosa su cui piangere che fosse più di una vecchia fotografia sbiadita, e parlano di un incontro svoltosi in “toni amichevoli”!

Ma Gesù mio, ma stiamo diventando pazzi? Com’è possibile parlare in “toni amichevoli” con uno che di punto in bianco, dall’oggi al domani, prima ci ha bloccato i rifornimenti di luce e gas in pieno inverno, lasciandoci al freddo e al gelo che manco nella capanna di Betlemme, perché voleva più soldi, poi – non contento – ci ha dichiarato guerra pretendendo con la forza di essere pagato di più, gli abbiamo mandato l’esercito a piedi perché non avevamo benzina né carburante per gli aerei da bombardamento, ugualmente siamo riusciti a vincere restaurando la fanteria, gli abbiamo fatto il culo e – nonostante gravissime perdite umane – il massimo che siamo riusciti ad ottenere è solo uno sconto sul rincaro energetico?

E dire che era partito facendo fuoco e fiamme: “Andrò per ottenere la resa incondizionata!”, “Abbiamo vinto ed è ora di riscuotere!”, “Vedranno di cosa sono capaci gli italiani!”.

In toni amichevoli!»

Lorenzo stava urlando tutta la sua acredine nei confronti del presidente a Margherita, il suo fiore preferito, quello che da tanti anni gli teneva compagnia.

Più che un fiore, un gioiello. Così avevano detto gli esperti colleghi di Lorenzo che avevano avuto l’occasione di ammirarla.

Le margheritine hanno un ciclo vitale molto lungo, come suggerisce il loro nome scientifico – Bellis perennis –, tuttavia solitamente, per esperienza, Lorenzo aveva potuto constatare come senza le adeguate cure esse potessero fiorire e sfiorire nel giro di poche lune.

Ma lei no. Lei era speciale. E non solo per la sua longevità.

Aveva piantato il seme di Margherita il giorno in cui aveva conseguito gli studi in botanica.

Lorenzo era un tipo schivo e riservato, non aveva organizzato festeggiamenti o caroselli per il giorno della laurea, giusto un brindisi con i parenti per fargli felici e poi via, alla serra.

Desiderava che di quel giorno rimanesse qualcosa di bello, e lui nella semplicità delle margheritine riusciva a cogliere l’intera bellezza del creato, così piantò il seme in un vasetto e in breve tempo questo era cresciuto, sfoggiando una chioma di petali candidi e scintillanti al sole.

Una volta germogliata, Lorenzo se ne curò poco, tanto che quando l’anno successivo si ricordò di controllare lo stato della corona di petali, notò con stupore ch’essa era sempre fulgida e folta come il primo giorno di fioritura.

Per esperienza e studi, considerata la sua trascuratezza la margherita avrebbe dovuto essere appassita da un pezzo, tanto più che era poco esposta al sole e non riceveva acqua da mesi, chiusa nella serra.

Sulle prime fu stranito: era riuscita a rimaner viva nonostante l’incuria, questo doveva pur significare qualcosa. Nel suo rigoglio, era divenuta la prediletta delle api, che facevano a gara per suggere il suo nettare.

Tuttavia, alla sua base v’era un petalo caduto, accasciato, solitario, ramingo e avvizzito dal tempo. Decise di non separarlo dai suoi compagni e lo lasciò lì, dove rimase a lungo.

Trascorsi alcuni anni, dalle sue osservazioni concluse che la sua Margherita perdeva un petalo ogni dodici mesi, e poiché notò come i loro ritmi di invecchiamento coincidessero, cominciò a considerarla né più né meno come una di famiglia.

Prendendovi sempre più confidenza, prese a sfogare con lei le sue frustrazioni, a condividere le gioie, a chiederle consiglio quando assalito dai dubbi e a coccolarla nei giorni bui, quando le venivano a mancare i nutrienti della luce.

Pensò addirittura di preservarla sotto una campana di vetro, per proteggerla dagli insetti e dagli agenti atmosferici, ma desistette; lo faceva soffrire il solo pensiero ch’ella potesse sentirsi ingabbiata.

Invecchiarono insieme, e man mano che Lorenzo si inacidiva nei confronti del mondo, tanto più i colori di lei si facevano luminosi e iridescenti, quasi a contraccambiare le amorevoli cure ricevute nel corso degli anni consolandolo mostrandogli la bellezza ch’egli aveva creato e mantenuto in vita.

Quel giorno, conclusa la lettura del quotidiano e le invettive contro il governo, i giovani d’oggi e il maltempo che sarebbe giunto ad aggravare la sua artrite, Lorenzo la salutò per tornare alle sue occupazioni, alitando un bacio fugace verso l’unico pelo superstite dell’originaria corona.

Come avrebbe fatto una volta che anche quel petalo avesse raggiunto gli altri alla base di Margherita, ammonticchiati l’uno sopra l’altro a far compagnia al primo caduto?

Come sempre gli capitava dala prima volta in cui era stato investito da quella domanda, non riuscì a darsi risposta.

All’alba del giorno seguente, Lorenzo uscì di casa e andò a fare colazione al bar, passò in edicola per acquistare il quotidiano e tornò da Margherita per leggerlo insieme a lei.

Non appena le fu dappresso, con orrore vide l’ultimo petalo combattere con la gravità, in bilico tra la corolla e il vuoto, tremante nell’erculeo sforzo di rimanere impigliata alla vita almeno il tempo sufficiente per potergli dire addio.

Quel fiore aveva un’anima, e ne ebbe dimostrazione quando capì che quel petalo stava resistendo all’ineluttabile attendendolo per un ultimo saluto.

Lorenzo non riuscì a proferir verbo che quel petalo, non appena lo scorse entrare nella serra, si lasciò andare, e Lorenzo con lui.

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