Via degli incroci

Un vialone lungo e alberato, largo e capiente, tre corsie di marcia lungo le quali si viaggia comodamente e ciononostante il traffico è sempre congestionato.

I tigli e i pioppi che lo incorniciano ai lati, oltre a regalare uno spettacolo di fiori e colori inimmaginabile e inspiegabile se non per tramite dell’intervento divino, forniscono un fresco riparo dai raggi solari che battono al di là delle fronde, garantendo a guidatori e passeggeri una dolce sensazione di protezione e una gradevole frescura anche nelle ore più calde della giornata, rendendo molto più gradevole un viaggio che altrimenti parrebbe interminabile.

Proprio nulla da dire, era una bellissima strada.

Semmai vi fosse stato di che lamentarsi, volendo ricercare il pelo nell’uovo, quel tragitto aveva due gravi criticità: il fatto che quel vialone scorresse a senso unico, e un’interminabile serie di incroci che a ogni piè sospinto costringevano a rallentare la marcia per permettere a chi volesse immettervisi di entrare in strada e a chi volesse uscirvi di svoltare ora a destra ora a sinistra.

Le due cose non erano affatto slegate l’una dall’altra, anzi, si poteva dire che collimassero.

Già, perché il senso unico non era peculiarità propria ed esclusiva di quel grande vialone. Anche le strade che vi correvano parallele condividevano quella costrizione, e a memoria d’uomo non v’era mai stato nessuno che avesse trovato una via per procedere in senso inverso.

Motivo per il quale in molti desideravano deviare con frequenza per rompere la monotonia e sperimentare nuove, eccitanti vie, ancorché ben consapevoli del fatto che la destinazione non sarebbe mutata.

Vincenzo, tuttavia, faceva eccezione. Forse non è la maniera corretta di esprimersi. Diciamo che lui, più che fare eccezione, era l’eccezione.

Nel tumultuoso traffico che animava il viale, infatti, lui e la sua auto si ritrovavano sempre nella corsia centrale – vuoi a causa dei movimenti delle altre automobili, vuoi per contingenze legate al dover cambiare frequenza all’autoradio o per quello strano brusio che ogni tanto sentiva al motore e che gli faceva rallentare il passo, ma forse era solo la sua immaginazione –.

Ogni tanto Vincenzo toglieva la mano sinistra dal volante, decelerava e manteneva il controllo del veicolo con la destra, intento a grattarsi le tempie per decidere cosa fosse meglio fare.

Anche a lui era venuta voglia di sperimentare altre vie, ma ogni volta che ci pensava lo assaliva quel maledetto proverbio: “Chi lascia la via vecchia per quella nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova”.

Il ricordo della prima volta che lo aveva sentito era ancora ben presente alla memoria.

Era un giorno d’inverno stranamente tiepido nonostante la stagione, ed era seduto nel sedile posteriore, guidava suo nonno. Il vecchio, dietro alle insistenti richieste del nipote di svoltare ora a destra ora a sinistra, per giustificare la sua assoluta contrarietà a ogni cambio di direzione ripeté più volte quella frase, come a volergliela marchiare a fuoco nel profondo della sua psiche affinché non se ne scordasse.

Quando era toccato a lui prendere il volante, dunque, aveva imboccato deciso la corsia centrale per togliersi il gusto di scoprire cos’avesse di tanto speciale quell’andar dritto senza mai svoltare.

Nulla. Di speciale non aveva proprio nulla.

Solo che ormai che si trovava lì e non poteva certo scartare di lato senza preavvisare gli altri automobilisti. Così mise la freccia a destra, ma non poté svoltare perché nel frattempo s’era creata una lunga coda e non riuscì a inserirsi.

Allora provò a sinistra, ma diverse macchine lo stavano sorpassando e dovette attendere.

Finì per abituarsi a quell’andare dritto per la sua strada senza che nessuno lo disturbasse. Si consolò pensando che almeno così poteva godersi il viaggio e ammirare il bellissimo orizzonte che si trovava di fronte, quell’orizzonte che ogni volta che pareva avvicinarsi ecco che lo sorprendeva, allontanandosi nuovamente.

Un giorno, però, fermo a uno di quelli incroci in attesa che il traffico defluisse per poter procedere e intento a fissare il semaforo che era costantemente sul giallo lampeggiante, mai rosso né verde, gli si accostò l’auto di un amico, che lo salutò: «Ehi, Vincenzo, come stai? Sempre dritto, vero?».

«Oh, ciao. Tutto bene, tu? È una vita che non ci si incrocia.»

«Già, ho trascorso l’ultimo periodo qualche via più in là, la quarta a destra; ora sono in viaggio verso la seconda a sinistra, mi hanno detto che andando verso di là c’è un panorama mozzafiato.»

«Davvero? Vabbè, ma in fondo che ci sarà mai di così bello? Tanto gira e rigira la destinazione è la stessa per tutti.»

«Uff, sempre pesante come al solito. Lo so che la destinazione è la stessa per tutti, ma godiamoci il viaggio! Ti saluto.»

Vincenzo salutò l’amico con un gesto distratto, mentre con la coda dell’occhio continuava a seguire la strada perché s’era fissato di voler mantenere le ruote sempre dritte sulla stessa linea immaginaria che aveva tracciato nella sua testa.

Lo assalì un dubbio. Lui che non aveva mai svoltato a destra, né scartato a sinistra, lui che aveva rinunciato ad ogni avventura per riposare lungo quei binari immaginari che solo lui vedeva e che lo rassicuravano tanto, non è che stava solo sprecando benzina?

Decise che era il caso di rischiare. Ma verso dove? Destra, sinistra, seguire le altre auto, infilarsi dove non c’era nessuno? Ma se avesse seguito gli altri avrebbe perso tempo, e se quell’altro incrocio non lo vedeva imboccare mai a nessuno un motivo doveva pur esserci.

Indeciso, incerto, dubbioso, quando si risolse a prendere la prossima a sinistra si rese conto d’essere in riserva da parecchio.

Dopo pochi metri la benzina finì, ma poco male. Era giunto a destinazione.

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