Una vita di spalle

Manolo era sempre stato considerato un tipo particolare, strano, a dirla tutta: dalla famiglia, dagli insegnanti, dai compagni di classe e poi da adulto anche dai colleghi di lavoro.

Certo era curioso, aveva dei vezzi inusuali dei quali non riusciva a fare a meno.

Vestiva sempre in abiti lunghi, detestava pantaloncini e t-shirt; si pettinava facendo attenzione acché la piega dei capelli seguisse pedissequamente la conformazione del suo cranio; la barba che ricresceva ogni giorno lo costringeva a improbabili esplorazioni di ogni centimetro quadrato del viso e del collo e, poiché detestava il contatto delle bacchette degli occhiali dietro le orecchie, indossava uno stringinaso – puntualizzando, ogni volta che glielo si faceva notare, che si chiama pince-nez.

Quando faceva le parole crociate, ricercava gli incroci partendo alternativamente dall’ultima o dalla prima lettera della definizione appena risolta. Se non riusciva a trovare la soluzione, riprendeva dalla lettera centrale. Che angoscia quando la parola era composta da un numero di lettere pari: da quale partire? Dalla prima a destra o dalla prima a sinistra?

Un’altra delle sue manie consisteva nel misurare le falcate dei suoi passi affinché fossero perfettamente simmetriche tra loro, gli piaceva calcolare con precisione quanti passi occorressero per giungere dal punto A al punto B. Se per caso, soprappensiero, gli capitava di allungare il passo, ecco che doveva arrestarsi e ricalibrare il successivo perché, più breve, facesse media col precedente e non venisse falsata la misurazione.

Manie innocue, vezzi e vizi che potevano suscitare giusto un sorriso in chi vi si imbattesse, ma che non facevano male a nessuno.

Manolo aveva lavorato come impiegato amministrativo presso un ufficio pubblico, contratto blindato e pensione garantita. Ma lì non era felice: quel lavoro da passacarte glielo aveva trovato una zia preoccupata del suo futuro, e lui aveva accettato più per non deluderla che altro.

Tuttavia un giorno si fece coraggio e decise che era ora di cambiare e seguire il suo sogno. Lasciò l’ufficio e si dedicò alla pittura.

Alla sapiente e delicata mano che la natura gli aveva donato, Manolo aggiunse tutto la sua dedizione e riversò sulla sua arte tutto se stesso. Comprese le sue manie.

Quel suo viscerale amore per la misurabilità lo accompagnò alla scoperta dell’armonia delle proporzioni, della meravigliosa poesia di un soggetto in perfetta simmetria con gli elementi di contorno del quadro, dello stupore vissuto di fronte alle tonalità cromatiche che mutano secondo la luce che le colpisce e che poteva studiare grazie a Newton e al suo esperimento col prisma.

Ebbe fortuna, in breve tempo riuscì a crearsi un pubblico e vendere qualche sua opera. Poi conobbe il vero successo.

Un filantropo americano che si trovava in villeggiatura presso il paesino di montagna ove risiedeva, un giorno chiese all’albergatore presso cui soggiornava chi fosse l’autore dello splendido dipinto che adornava la hall. Questi rispose e – di fronte all’insistenza dell’americano, che desiderava conoscerne l’autore – lo mandò a chiamare.

L’incontro andò bene e il filantropo acquistò il suo dipinto. Giunta la notizia agli onori della cronaca, anche la critica artistica locale scoprì il talento di Manolo. Venne invitato a mostre, vernissage ed eventi ove venivano esibite le opere di diversi artisti emergenti e vi prese parte, nonostante alcune perplessità. Terminato un quadro, egli non era mai del tutto convinto del proprio lavoro, sentiva che alle sue opere mancava sempre qualcosa.

All’inaugurazione di una mostra collettiva che ospitava un suo paesaggio agreste con sfumature e toni che restituivano all’osservatore il grande scontro tra un immaginario Eden perduto e la brutalità della realtà sensibile e materiale, capì cosa mancasse ai suoi dipinti.

Benché i cultori della materia sciorinassero lodi sperticate per il suo talento e per il suo lavoro, Manolo rimase colpito e ammaliato dall’opera dell’artista che esponeva proprio di fianco a lui.

La mano era meno ispirata della sua, senza dubbio, come anche i colori smunti e i tratti incerti mal restituivano le figure e la narrazione del dipinto – tuttavia egli lo trovò perfetto!

Perfettamente simmetrico nella disposizione dei soggetti, perfettamente divisibile, perfettamente misurabile, con l’immaginazione Manolo riuscì a scomporre in blocchi armonici e deliziosi nella loro interscambiabilità quella che venne giudicata dagli esperti poco più di una crosta.

Ammaliato da quella visione, d’un tratto le sue orecchie vennero investite dalle parole degli intervenuti che ammiravano il suo paesaggio agreste. Li sentì dire che quel magnifico quadro aveva qualcosa di diverso rispetto agli altri, un sogno fatto materia, l’opera di occhi che avevano avuto il privilegio di incontrare la bellezza e al tempo stesso la capacità di ritrarla nella sua poesia.

Si defilò, ringraziò gli organizzatori e dette mandato al suo agente di vendere il dipinto del paesaggio agreste facendogli recapitare quanto dovuto. Quindi corse in stazione e tornò al paese.

Gli occhi!

Non avrebbero potuto dire di peggio. Già, perché gli occhi per Manolo erano il maggior cruccio della sua vita, il particolare di sé che più detestava: non erano verdi né castani, bruni né azzurri – erano cangianti! Secondo la luce che gli investiva, essi cambiavano colore, mutavano cromia, un’iridescenza che lo mandava ai matti ogni volta che si guardava allo specchio.

Questa sua caratteristica, unita alle sue idiosincrasie, lo tormentava dacché ne aveva memoria, tanto che sin da piccolo aveva evitato di farsi fotografare in qualsiasi occasione, poiché la foto dei suoi occhi avrebbe di certo mentito.

Cominciò a casa, dove si nascondeva nello sgabuzzino ogni volta che veniva tirata fuori la macchina fotografica. Proseguì a scuola, quando volle posare di spalle per la foto di classe, gli insegnanti lo considerarono un capriccio e lo accontentarono per quieto vivere. Ma anche nella vita adulta questa sua fobia persistette, al punto da dover corrompere l’impiegato dell’anagrafe che gli rilasciò la carta d’identità senza apporvi la fototessera e compilando la voce “Occhi” riportando un icastico “Due”.

Manolo era l’incarnazione di quell’insofferenza che nel gergo popolare via espressa nella frase “non gli si può manco dire chi su beddi st’occhi”.

Tornato in paese, si rintanò in casa e visse in solitudine gli ultimi anni di vita, lasciando per iscritto l’epitaffio che desiderava venisse riportato sulla sua lapide, che recitava

RIELABORAZIONE DELL’OTTAVO COMANDAMENTO

NON MENTIRE, NEMMENO CON LO SGUARDO

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