Perdonami

Valerio e Valentino erano amici da tutta la vita. Si erano conosciuti all’asilo, dove i loro genitori strinsero amicizia già dai primi giorni trovando gli uni negli altri la miglior compagnia per il lungo viaggio che sarebbe stata l’educazione dei loro figli.

Li iscrissero poi alla stessa scuola elementare e alla stessa scuola media, così come alla stessa parrocchia per il catechismo e squadra di calcio e piscina e per tutte le altre attività ricreative estive ed extrascolastiche.

Giunti all’età di scegliere il liceo, non ebbero dubbi ed entrambi decisero di frequentare il classico.

Non avevano sorelle o fratelli, ma lo erano tra loro.

Solo una volta compiuta la maggiore età si divisero: Valentino decise di iscriversi alla Facoltà di Psicologia, Valerio entrò in seminario.

Ciononostante, al di là delle ore riservate alle lezioni e allo studio, i due continuarono a trascorrere insieme le loro giornate.

«Più che amici, siamo fratelli, come Cristo comanda», diceva sempre Valerio per presentarsi quando facevano qualche nuova conoscenza.

«Fratelli sì, ma il tuo amico tienilo fuori da questa storia. Perché in due è compagnia, in tre è già una folla!», puntualizzava altrettanto di frequente Valentino.

Quelle piccole schermaglie al limite dell’ideologico erano il segno più evidente del loro amore. Sulla religione dibattevano, discutevano, litigavano, ma nessun alterco – ancorché violento – riusciva a scalfire il sentimento di amicizia che li aveva uniti per la vita.

Completarono gli studi: Valentino conseguì il massimo dei voti, Valerio si limitò a prenderli, i voti.

Il destino crudele, secondo Valentino, o l’imperscrutabile volontà del Signore, per Valerio, li divise. Il primo trovò lavoro in una clinica oncologica di un’altra città, dove avrebbe assistito i malati terminali accompagnandoli sin sulla soglia dell’Evento; il secondo venne inviato in missione in Sudamerica, e per anni non si videro – pur mantenendosi in contatto.

Dopo anni e anni in quella clinica, Valentino era riuscito ad aprire un proprio studio e dedicarsi alla libera professione. Aveva anche conosciuto Valeria: i due si innamorarono e si sposarono e quando – nel corso della loro corrispondenza – lo comunicò a Valerio, non poterono fare a meno di notare l’ironica coincidenza dell’omonimia tra l’amico e l’amata.

La coppia non riuscì ad avere figli, e questa fu l’unica consolazione che Valentino ebbe quando Valeria si ammalò e in breve lo lasciò solo anticipandolo per l’appuntamento che le loro anime si erano date all’altro mondo.

Valerio, nel frattempo, accudiva la giovane comunità di orfani che il Signore gli aveva affidato con l’entusiasmo e la forza di volontà che solo hanno quelle poche, fortunate, persone che intimamente riescono ad avvertire la loro appartenenza al meraviglioso dipinto dell’Artista.

Non si sentirono per alcuni anni. Valerio era allergico alla tecnologia, per cui l’unico modo per tenersi in contatto erano lunghissime missive che Valentino – oberato tra il lavoro e l’incommensurabile fardello della sua vita solitaria – raramente trovava il modo di compilare per rispondere all’amico.

Un giorno, però, appena pochi minuti prima che terminasse l’orario di visita, la segretaria annunciò l’arrivo di una persona che sosteneva di conoscere personalmente il dottore. Valentino, sorpreso e insieme incuriosito, disse di farlo passare e non appena distinse l’ombra della sagoma di Valerio proiettarsi sullo stipite, subito corse ad abbracciarlo inumidendo di calde lacrime di commozione la spallina della sua tonaca.

«Amico mio, che gioia vederti!»

«Sono felice anch’io.»

«Come mai sei qui? Perché non mi hai avvisato?»

«Avevo bisogno di vederti.»

«Entra, accomodati. Sarai stanco dal lungo viaggio.»

«Non sono venuto a mani vuote», disse il prete infilando una mano nel tascapane che aveva con sé, «ho portato del whisky. Ti piace ancora, vero?»

Chiacchierarono per delle ore: dovevano recuperare gli anni perduti, ricordare episodi d’infanzia, rivivere vicende, rispolverare segreti che solo loro custodivano.

Si erano scolati l’intera bottiglia quando si resero conto che s’era fatta notte, il tempo era volato.

«Hai già un posto dove dormire? Mi farebbe piacere ospitarti.»

«Grazie, ma ho già una sistemazione. Prima però volevo dirti…»

«Aspetta, aspetta, ti prego», interruppe Valentino con voce rotta dall’emozione, «sono io che voglio dirti una cosa per primo. Una cosa che non potevo, che non riuscivo a scriverti e che mi sono ripromesso di dirtela di persona una volta che ci fossimo rincontrati.»

«Dimmi.»

«Voglio chiederti scusa. Scusami. Perdonami. Io, io… io ho capito che avevi ragione tu. Sai, quando Valeria se n’è andata…»

«Ho sofferto molto quando ho ricevuto la tua lettera.»

«Quando mi ha lasciato io sono stato male, malissimo. Mi sono isolato, chiuso in me stesso, credevo di riuscire a gestire il lutto da solo, come medico ho commesso un grave errore di presunzione. Ero convinto che, facendolo di professione, me la sarei cavata. Ma così non è stato. Allora mi sono rivolto a un collega, ma non ho fatto alcun progresso. Poi ho capito. Ho capito! Ho capito che avevi ragione tu, e che la via della fede è l’unica feconda. Sai, quando io e Valeria non riuscivamo ad avere figli bestemmiavo e maledicevo il Cielo, ero convinto che Qualcuno cospirasse contro di me. Poi mi sono reso conto che è stato un atto di pietà, una benedizione. Una mancanza che ha risparmiato a un innocente senza colpa un dolore insopportabile, allora ho reso grazie e abbracciato la volontà di Dio.»

«Sono felice per te. Vorrei poter dire lo stesso.»

«In che senso?»

«Come detto, avevo bisogno di vederti. Sono successe delle cose per le quali ho sentito la necessità di un amico, così sono tornato.»

«Perché?»

«Ho perso la fede.»

«Buon Dio! Ma cosa dici? Ma se non ho mai conosciuto nessuno più devoto di te.»

«Eppure è così. Nel corso della mia missione ho scoperto cose indicibili. Un giorno mi è giunta una lettera che mi destinava presso una comunità di minori sordomuti, in Argentina. Quando me li hanno presentati, essi sembravano evitarmi. Evitavano il confronto, allontanavano lo sguardo, cercavano di non avere a che fare con me. Lì per lì non ci feci caso, pensai che fosse normale diffidenza verso un nuovo arrivato, timidezza – ecco.»

«E poi?»

«Poi una sera scoppiò un violento temporale: le finestre tremavano, i lampi illuminavano le stanze, il rumore dei tuoni sembrava quello di cannoni da guerra. Una suora mi disse che un bambino, in particolare, faticava a dormire, spaventato dalla bufera, così le dissi di portarlo nella mia stanza per tranquillizzarlo. Ma quando arrivò…»

Valerio non riusciva a proseguire nel racconto, così Valentino cercò di fargli coraggio: «Parla, non fermarti. Puoi aprirti con me».

Valerio riprese: «Quando la sorella chiuse la porta indicai al bambino il letto e gli dissi che avrei dormito accanto a lui, sulla poltrona, che lo avrei protetto e che non c’era nulla di cui aver paura. E lui…».

«Lui?»

«Si ritrasse in un angolino. Gli occhi sbarrati trasmettevano un terrore che non avevo mai visto prima. Provai ad avvicinarmi, e lui si rannicchiò per terra. Poggiai nuovamente il mio sguardo sui suoi occhi e notai che qualcosa era cambiato: il terrore aveva ceduto il passo alla rassegnazione. Lentamente si sfilò la maglietta, poi le scarpe e i pantaloncini…»

«Perché?!»

«Mi feci la stessa domanda. La risposta peggiore mi balenò in mente, così gli ordinai a muso duro di rivestirsi e tornare nella camerata con gli altri. Non appena egli uscì, corsi dalla suora a chiedere spiegazioni.»

«E che disse?»

«Negò. Negò ogni cosa. Ogni ipotesi, ogni dubbio, ogni sospetto venne da lei liquidato con sufficienza. Si spinse a sostenere che quel bambino fosse disturbato e che era nostro compito “correggerlo”.»

«E tu? Cosa hai fatto poi?»

«Decisi di indagare per conto mio. Scoprii che giravano voci, voci che dicevano che il prete che avevo sostituito era stato rimandato in Italia perché accusato di abusare di quei bambini, allora era stato mandato via, al sicuro, in una struttura di Verona che lo protegge dalla giustizia impedendole di verificare le accuse.»*

«Dio santo!»

«Dio?!», esclamò Valerio balzando in piedi, «Quale dio permetterebbe tutto ciò? Quale dio acconsentirebbe a tali malvagità, abbandonando degli innocenti in mano a questi mostri? Quale dio benedirebbe una simile unione di bestie, animali, diavoli e satanassi che si proteggono tra loro trincerandosi dietro il suo nome e la sua istituzione? Ecco, ecco… io la fede ce l’avevo, ne sono certo. Così come sono certo di averla smarrita quella notte.»

Valerio respirò a fondo, un respiro quasi violento, poi prese nuovamente il tascapane e tirò fuori una seconda bottiglia di whisky.

Dopo il primo sorso scoppiò in lacrime, si gettò su Valentino e implorò il suo perdono. Lo tenne stretto a sé per lunghissimi secondi, continuando a piangere e a ribadire la supplica. Valentino non comprendeva per cosa dovesse perdonarlo, ma decise di non domandare.

Il mattino seguente venne raggiunto dalla telefonata di un poliziotto.

Dopo essersi salutati, Valerio aveva deciso di raggiungere quel Dio in cui non credeva più per chiedere spiegazioni, e chi lo aveva scorto esanime sul sagrato di una chiesa con le vene recise trovò anche un bigliettino col numero di telefono dell’amico perché venisse prontamente informato del suo peccato più grave.

* Mi piacerebbe che questo racconto fosse il prodotto della mia mente perversa. Purtroppo in parte non è così, come è possibile riscontrare nell’articolo Sacerdoti ricercati a firma di P. Biondani e A. Tornago apparso sul numero 24 del 9 giugno 2019 de «l’Espresso», alle pp. 46-50.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...