Evasore

«Un ultimo ritocco e…voilà. Perfetti!»

«Sei un artista, Bernardo, l’ho sempre detto. Sono venuti proprio bene.»

«Con i suoi capelli è tutto più semplice, signora Pandetta. La sua chioma sembra modellarsi da sé, io devo soltanto assecondarla.»

«Modesto come ogni volta che completi la tua opera. Ma come farei se non ci fossi tu? Stasera al galafarò un figurone. Quanto ti devo?»

«Il solito, signora.»

«Ecco qua», la signora Pandetta infilò la mano nella borsa e ne cavò fuori i contanti, mentre con l’altra afferrava la ricevuta che Bernardo le porgeva.

«Non è necessario che tu mi dia il resto. Consideralo un extra per avermi ricevuta con così poco preavviso.»

«Ma signora…»

«Non insistere, ci tengo.»

«Allora, grazie.»

Bernardo intascò la lauta mancia e la aggiunse a quanto non avrebbe riportato in fattura. In quella vera, non in quella strappata dal blocchetto fittizio che compilava e rilasciava alle clienti e nel quale figurava un abbondante 20% in più di remunerazione per le sue prestazioni.

Era ben consapevole del torto che faceva alla collettività evadendo sistematicamente quel denaro, ma aveva avviato una solitaria e silenziosa crociata che con ostinazione portava avanti nonostante il rischio di essere scoperto.

La tacita dichiarazione di guerra era stata partorita una mattina qualsiasi, durante il solito caffè al bar prima di alzare la saracinesca della bottega che stava proprio lì accanto. Quando il barista gli porse la tazzina agguantò il quotidiano, dove in prima pagina campeggiava la fotografia di un magnate del petrolio che era stato beccato con le mani nella marmellata: aveva evaso un’ingente somma di denaro, e il vile si giustificava – nell’intervista riportata a corredo della foto – sostenendo come fosse “poca cosa” in confronto a quanto dichiarato allo Stato, “un peccato veniale” e per giunta compiuto “una volta soltanto”. Concludeva, fiducioso, presagendo come “la Corte terrà sicuramente conto delle attenuanti”.

Nell’articolo di spalla, un ministro del Governo molto in vista – notoriamente amico del laido magnate – rilanciava la sua personale battaglia politica contro “l’insopportabile pressione fiscale nel nostro Paese. È necessario abbattere le tasse per gli imprenditori, in Italia è impossibile fare impresa, una persona che lavora è praticamente costretta a evadere se vuole ricavare qualcosa dal suo lavoro”.

L’articolo di fondo annunciava un imminente aumento delle accise sulla benzina: il mese successivo sarebbero aumentate dello 0,3%, primo passo per un aumento complessivo del 2,5% entro l’anno nuovo.

Quel mattino era il 5 del mese. Il giorno prima Bernardo s’era recato dal commercialista, che aveva calcolato come tra l’affitto della bottega, le bollette, le tasse, i costi del materiale e l’accontoirpefper l’anno fiscale successivo, a Bernardo del suo lavoro rimaneva in tasca giusto quanto bastava per fare la spesa al supermercato ogni settimana e prendere il caffè al bar ogni mattina. Fortunatamente, la casa dove abitava l’aveva ereditata dai genitori.

«Se è così che va il mondo, vorrà dire che mi adatterò. Che sono scemo io?», ragionava tra sé distogliendo lo sguardo dal giornale, «anch’io commetterò un piccolo peccato veniale perché la pressione fiscale è insopportabile.»

Da quel mattino, evadendo regolarmente la sua percentuale negli anni aveva accumulato un bel tesoretto, ben conservato in uno scatolone che nascondeva dietro un armadio della sua camera da letto. Quando qualche cliente chiedeva di poter pagare con la carta, prontamente si scusava, il posera fuori uso.

Il problema che tuttavia Bernardo non si sarebbe mai aspettato di porsi era che farsene di tutto quel contante. Ma un giorno arrivò la grande occasione per dare un senso a quello scatolone.

Altgdissero che l’orfanotrofio locale avrebbe chiuso di lì a poche settimane se qualche benefattore non fosse intervenuto a estinguere il pesante debito accumulato per le spese di gestione dello stabile, il vettovagliamento dei bambini, il riscaldamento e tutto quanto necessitava per mantenere attiva la nobile istituzione.

L’orfanotrofio non aveva padrini né madrine: era nato per iniziativa di un filantropo che, scomparso ormai da diversi anni, aveva lasciato in eredità ai piccoli ospiti il suo cospicuo patrimonio – nel tempo esauritosi e mai rimpolpato né da iniziative laiche né religiose. Il comune era in dissesto, la Regione se ne disinteressava, la Curia aveva già le sue strutture da tenere in piedi – insomma, era necessaria la bontà di un privato.

Bernardo non ebbe alcuna esitazione. Estrasse lo scatolone dal suo nascondiglio e rovesciò le banconote sul tavolo di cucina, quindi prese a contarle per conoscere l’esatto importo del suo piccolo peccato veniale.

Quando si presentò alla direzione dell’orfanotrofio e donò tutto ai piccoli orfani, la notizia si diffuse in un batter di ciglia, come un’allergia nei primi giorni di primavera. Giornalisti, politici, semplici cittadini facevano a gara per fare la conoscenza del benefattore, stringerli la mano, ringraziarlo, congratularsi, farsi una foto in sua compagnia e urlare ai quattro venti la sua smisurata generosità.

Soltanto alcune settimane dopo, durante la diretta di un talk showdove era stato invitato quale ospite d’onore, qualcuno si prese la briga di domandargli dove mai avesse reperito quella somma: come aveva fatto un parrucchiere con un piccola bottega ad accumulare tutto quel denaro?

«Molto semplice. Ho evaso le tasse», rispose candido Bernardo, e la trasmissione riprese dopo una pausa pubblicitaria utile a cacciarlo dallo studio.

Il giorno seguente i quotidiani urlarono allo scandalo, titoli a nove colonne denunciavano il malfattore, una pletora di personaggi pubblici che fino al giorno prima sgomitavano per essere immortalati al suo fianco ora si esprimevano sdegnati, invocando l’intervento dell’autorità competente perché il reo venisse severamente punito.

Autorità che non se lo fece ripetere e così, tra spintoni, ingiurie e sputacchiate della folla indignata che s’era accampata di fronte casa sua per assistere all’arresto, Bernardo venne prelevato dalla Guardia di Finanza e condotto in cella di sicurezza in attesa del processo.

Una volta sistematosi, Bernardo chiese al secondino il permesso di leggere un quotidiano il mattino seguente, giusto per far trascorrere le lunghe e noiose ore che lo attendevano.

Il favore gli venne accordato, così il mattino dopo venne a conoscenza delle felicitazioni dell’opinione pubblica per il pronto intervento che aveva fatto giustizia dando all’evasore quel che si meritava.

Curiosamente, notò Bernardo, nelle stesse pagine dedicate alla sua vicenda si trovava un trafiletto intitolato Giustizia, finalmente!che annunciava il proscioglimento dalle “calunniose accuse” che avevano funestato gli ultimi anni di quel magnate del petrolio dal quale Bernardo aveva tratto ispirazione, prosciolto per intervenuta prescrizione del reato contestato.

Chissà se anche a lui sarebbe toccata una simile fortuna.

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