Un corpo che cambia

“D’un tratto la finestra si spalancò, il gelido vento che da giorni imperversava sulla città invase la sua camera da letto…”

«D’un tratto. Che espressione strana!», esclamò il professor Bellogo, docente di Filologia classica presso la Facoltà di Lettere della sua città. Nomen omen, verrebbe da dire. Sin dagli anni delle elementari il professore aveva manifestato spiccati doti stilistiche; la scelta degli studi e la carriera accademica rappresentarono quasi la naturale evoluzione dei doni che il caso gli aveva attribuito.

L’incipit del romanzo che teneva tra le mani – gentile omaggio di un ex studente che gliene aveva fatto dono con tanto di dedica in esergo – lo turbò non poco. Il suo sconcerto non era certo dovuto a quell’abusata immagine che intendeva restituire l’invadenza degli agenti atmosferici nella più privata delle dimensioni del protagonista della narrazione, la stanza dove riposava con sua moglie, quanto per quell’attacco: d’un tratto.

«Tra tutte le espressioni possibili e immaginabili – che so? all’improvviso, a un certo punto, in un istante, di sorpresa – l’autore ha scelto proprio questa. Ma di quale tratto sta parlando? Del tratto lasciato da un pittore sulla sua tela? Del tratto segnato dal vomere su un terreno? Del tratto di matita presente su un bozzetto? Insomma, no, non è possibile! Ognuna di queste immagini è fuorviante e fuori luogo, non accenna nemmeno all’idea di ciò ch’egli intendeva trasmettere.»

In altri momenti non avrebbe fatto caso a quelle poche parole buttate lì, quasi con noncuranza, dall’autore suo ex allievo. Forse, però, c’era un motivo specifico per cui esse lo colpirono a tal punto e, con buona pace degli amanti della psicologia come scienza, si scoprì a ipotizzare il concetto di transfert come analogo al contrappasso di dantesca memoria.

Proprio quella mattina a un suo studente aveva rifiutato un trenta più che meritato, probabilmente da accompagnare con lode. L’esame, così come il corso, verteva sull’introduzione del volgare nella letteratura italiana colta, con la produzione poetica, narrativa e saggistica del Sommo fiorentino quale stella polare dell’interrogazione intellettuale.

Il giovane si presentò alla sessione d’esame ben vestito, barba rasata, capelli in ordine e non una sola piega nell’abbigliamento. Evidentemente voleva farsi notare, senza sapere che il professore lo aveva già abbondantemente nell’occhio avendolo visto a lezione, quelle poche volte che aveva avuto la grazia di presenziare: era sempre distratto, con lo sguardo perso altrove, un organismo che manifestava insofferenza allo star seduto, riempiva il quaderno di appunti con ghirigori e arabeschi che non aveva nemmeno il buon gusto di celare alla vista del docente quanto questi – declamando con passione i versi della Commedia – gli si faceva dappresso nel suo girovagare per l’aula.

Infastidito da tanto menefreghismo, Bellogo decise di bocciarlo prima ancora che venissero comunicate le date degli esami.

Con grande sorpresa del professore, tuttavia, il giovane sfaticato era riuscito a spiazzarlo. Più che ferrato sul De vulgari eloquentia, preparatissimo sulla Commedia, recitò persino l’ultima delle Rime petrose con una precisione che strabiliò uno sbigottito docente che dentro di sé rosicava per la manifesta impossibilità della bocciatura. Ma ben presto trovò modo di soddisfare il suo sordido desiderio.

Il giovane, come molti altri suoi coetanei, nonostante la padronanza dei concetti non brillava per l’eloquio, costellato di “quindi”, “appunto”, “cioè-nel-senso” (ch’egli si figurò essere una parola unica) e “tipo”. Sembrava utilizzarli per sostituire una punteggiatura e il suo decorso che significa pause, respiri, prese di fiato per il lettore, e ciò lo irritò ulteriormente.

Fu così che, discettando sul De monarchia, il giovane esordì con: «Dante, sin dalle prime battute…».

«Battute? Quali battute?», lo interruppe Bellogo, «Sta forse raccontandomi un match di tennis? O mi presenta uno spartito? O forse vorrebbe insinuare che Dante Alighieri fosse un comico, un barzellettiere?»

Il ragazzo, disorientato, riuscì solo a rispondere: «Ma prof, si tratta solo di un modo di dire. Intendevo che già nell’incipit Dante…».

«So bene cosa intendeva dire! Tuttavia trovo alquanto inappropriato avviare un’esposizione con un’espressione come “sin dalle prime battute”. Le parole hanno un senso, una semantica ben precisa, e non possiamo certo prenderci la liberà di modificarla, alterarla o mistificarla a nostro piacimento!»

«Certo, certo, sono d’accordo con lei, però…»

«Nessun però. Lei deve curare il suo vocabolario, giovanotto; è uno studente di Lettere, in fin dei conti.»

«Quali conti?»

Il nervosismo di Bellogo raggiunse vette mai esplorate prima. Quel piccolo insolente cercava di rigirargli la frittata? – si maledì per questo pensiero – Bene, fiato alle trombe, allora – e la maledizione divenne anatema.

«Giovanotto, farò finta di non aver sentito. Ho anni di docenza alle spalle e non ho mai dovuto subire la mitragliata di “appunto”, “quindi”, “cioè-nel-senso” e “tipo” che lei mi ha rifilato nel corso dell’ultima mezz’ora. Pertanto – vede, è così che si utilizzano le congiunzioni conclusive – le ripeto: come Dio non gioca ai dadi con l’universo, così Dante non si cimentava nel ping pong!»

«Ma prof…»

«E la smetta di chiamarmi “prof”! Sono un professore, perdio!»

«Volevo solo dire che, considerato il rapporto tra la poesia e la musica…», il giovane sciorinò un ragionamento che coinvolse la ritmica, il respiro del lettore, l’oralità che per secoli ha funto da tramite per la diffusione della letteratura, un ragionamento senza una grinza né punti deboli, «… per cui, in ultima analisi, considerato che Dante è stato anzitutto un poeta, potrebbe non risultare tanto illecito utilizzare l’espressione “sin dalle prime battute”.»

Bellogo ascoltò impassibile, o per meglio dire subì, le argomentazioni dello studente. Per alcuni secondi cercò un modo per smontare l’impalcatura retorica che questi gli aveva eretto innanzi ma, non trovando spiragli e pressato dai risolini degli studenti che assistevano all’esame del loro collega, optò per le maniere forti: «Ottima dissertazione, si vede che lei è uno studente capace. Purtroppo, però, le materie d’esame hanno argomenti e temi ben precisi, e dovendo valutare questi la mia proposta di voto è ventitré.»

Un brusio di malcontento si levò sommessamente per la grande aula in cui si svolgevano gli esami. Ognuno dei presenti, nessuno esente, manifestò a bassa voce il proprio sgomento, persino le sedie e i banchi desideravano urlare vergogna per quell’ingiustizia.

Lo studente respirò per alcuni secondi, quindi accennò timidamente: «Ma prof…».

«Le ho già detto di non chiamarmi prof. E questo vale per tutti!», sbraitò Bellogo alzando l’indice e disegnando un semicerchio che avvolse l’intera platea che si trovava di fronte, «Allora, il voto è ventitré: accetta o no?»

«Onestamente, sono convinto di avere una preparazione di ben altra caratura rispetto alla valutazione assegnatami.»

«Vuole continuare lei? Su, prenda il mio posto, faccia lei gli esami ai suoi colleghi, le lascio la sedia.»

«No, mi scusi, non intendevo offenderla. Stavo solo domandandomi se rivedendo il programma e presentandomi al prossimo appello il voto non possa migliorare.»

Il ragazzo stava tentando un ultimo approccio, quello del remissivo peccatore che accoglie la punizione divina e spera, mostrandosi pentito, di mitigare la punizione. Bellogo non cadde nel tranello, e rispose: «Ma certo. Tuttavia…».

«Tuttavia?»

«Tuttavia potrebbe anche peggiorare. Le consiglio di accettare, passare al banco dove i miei assistenti le registreranno il voto e passare al prossimo esame.»

Tra le rinvigorite proteste dei colleghi che attendevano il proprio turno – fatta eccezione per chi decise di rinunciare, quel giorno non era cosa –, lo studente colse l’antifona e accettò quel ventitré.

Ripensando a quella mattina e a quelle sorprendentemente parallele espressioni – «sin dalle prime battute», «d’un tratto» – Bellogo fu colto da una delle poche epifanie che avrebbero illuminato la sua esistenza. Un’esistenza, dovette ammettere tra sé, evidentemente incapace di stare al passo coi tempi.

La lingua è un organismo vivente, è un corpo che muta in continuazione secondo la forma che gli cuce addosso il suo creatore, l’uomo. Quell’uomo che maltratta, malmena, insudicia e deride ogni giorno la sua più grande opera a seconda delle passioni di cui è preda, del momento che vive, dell’incapacità di utilizzo della sua stessa creazione che troppo spesso palesa. E che proprio per ciò, rivede e riadatta a seconda delle proprie esigenze e del mondo che vuol costruirsi intorno.

Quante volte lo aveva ripetuto a lezione per spiegare il passaggio dal latino al volgare. Quante volte aveva utilizzato quella meravigliosa immagine del linguaggio come casa dell’essere che aveva rubato dalle pagine di uno dei suoi filosofi prediletti senza mai prendersi la briga di specificarne la provenienza ai suoi studenti.

Ora che oscillava nel dubbio se fosse lui a rappresentare un Medioevo da archiviare, o se piuttosto un nuovo Medioevo si affacciasse all’uscio senza ch’egli se ne fosse reso conto prima di quel momento, sentì il dovere di fare i conti con la propria coscienza.

Giunse allo scrittoio davanti alla finestra, si sedette e vergò a penna:

Stamattina ho dato prova di essere quello che viene comunemente detto uno stronzo. Allo studente L.T., protagonista di un brillante esame, ho dato un voto ben più scarso di quanto non meritasse, e questo perché mi ha tremendamente irritato il suo modo di parlare.

Con questa mia intendo fare ammenda, anzitutto di fronte a me stesso.

Ho sempre considerato la nostra lingua come l’architrave che sorregge la nostra società, il collante che ci rende tutti fratelli, da Nord a Sud, da Est o Ovest, senza distinzioni. E in questo senso l’istituzione scolastica – dalla scuola primaria all’Università – come la palestra che prepara i giovani a diventare cittadini in senso pieno, protagonisti e insieme custodi dello sviluppo del nostro Paese per i decenni a venire.

Oggigiorno, però, mi scopro inerme e impotente ad assistere a un’evoluzione che non sono in grado di affrontare: azzerato il congiuntivo, sterminato il condizionale, svilito il gerundio, la vita dei tempi che corrono è limitata al modo indicativo, mozzando di netto metà del mondo in cui sinora ho vissuto.

“Chi parla male pensa male”, dice uno dei miei registi preferiti in una delle sue pellicole più celebri. Chissà che queste poche, semplici parole non nascondano un assordante allarme cui nessuno di noi ha mai voluto dar retta.

Lo studente di cui sopra abusa (e suppongo continuerà ad abusare) di interpolazioni quali “cioè-nel-senso”, “tipo”, “quindi”, “appunto”, ignorando il loro ruoli di connettori logici tra una proposizione e l’altra – fatta eccezione per “cioè-nel-senso”, che proprio non riesco a comprendere a cosa possa mai servire. Ma sul programma era più che ferrato e capace di rispondere criticamente alle obiezioni poste dal docente.

Un professore non dovrebbe lasciarsi fuorviare dalla sua missione da motivi personali, in un senso come nell’altro. Sono dunque cosciente di aver fallito.

Ciononostante mi domando: se perdonassimo ogni errore, se lasciassimo passare ogni villania, se non correggessimo ognuna di queste storture o piuttosto le accogliessimo a braccia aperte come “segni del cambiamento”, “stadi di evoluzione” (o involuzione?), dove finiremo?

Ma forse la domanda è mal posta. Potrei riformularla in questo modo: considerato ciò cui assistiamo giorno dopo giorno, le oscenità che ci riporta la cronaca, l’idiozia che ha scalzato la fantasia al potere, non sono questi sufficienti segnali per domandarsi se il lassismo degli anni scorsi non abbia già causato danni irreparabili?

Egregio professor Bellogo, questo appunto è indirizzato al lei del domattina dal lei stesso di questa sera. Se, quando rileggerà queste poche righe, troverà modo di smentirle, ne sarò lieto. Qualora, invece, si scoprisse in sintonia con esse, la invito a riflettere se non sia il caso di rassegnare le dimissioni e cominciare a interrogarsi circa ciò che le rimane della sua esistenza.

Con immutato, fraterno, affetto, le auguro una buona giornata.

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