Prospettiva Nevskij

Quando comprai casa feci un affare. Sei vani e doppi servizi distribuiti in 140 m2 a poco più di trecentomila lire a metro quadro. Erano altri tempi, le case costavano molto meno di oggi, e la vita anche.

Il prezzo stracciato non era dovuto alle condizioni dell’abitazione – perfette –, quanto alle difficoltà che trovava il proprietario nel vendere. Il motivo è presto detto: nonostante si trattasse di un terzo piano, era come vivere al pianterreno.

Il portone del palazzo è situato sulla via principale della città – il cardo, direbbero i latini. Tuttavia lo stabile affaccia proprio sull’incrocio col decumano della stessa, che corre in direzione est-ovest lungo una salita tale da intrigare ogni appassionato di scalate e che contrasta il pianeggiante percorso della direttiva nord-sud. Una strada che – partendo dai quartieri periferici della città e giungendo sino alla piazza del Comune – ricorda un po’ la Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo (o Leningrado, come sono abituato a chiamarla, data l’età) solo che al posto del Palazzo d’Inverno c’è uno scalcagnato municipio e dall’altro lato, anziché la Neva, esemplari di degrado urbano in perfetto stile italico.

Il balcone di casa mia dava proprio sulla scalinata che interrompe il lastricato di basole tappezza la via, ad altezza d’uomo potrei dire, per cui, se si era molto alti o si aveva voglia di fare un piccolo sforzo, si poteva facilmente buttare un occhio dentro il mio soggiorno. Evidentemente altri potenziali acquirenti erano stati scoraggiati da questa eventualità e rinunciarono all’acquisto.

Ad essere onesti, io e la mia compagna ci siamo posti il problema, ma lo abbiamo eluso in breve; a nessuno dei due infastidiva la possibile invadenza dei passanti e in più l’ubicazione aveva qualcosa di molto speciale.

Quella scalinata su cui affacciava il salotto era una via movimentata, piena di vita, locali notturni, ristoranti e bar – fa una sega ai giovani il dislivello! Proprio in quella via, ancora in attività dai tempi della nostra gioventù, c’era il locale dove ci siamo conosciuti, ci siamo innamorati e ci siamo baciati per la prima volta.

Non saprei definirlo in maniera precisa: è una bettola, ma anche una taverna, ma anche un circolo culturale dove vengono presentati libri, proiettati film, ospitati dibattiti – non saprei proprio come definirlo un luogo del genere. So solo che quando lo frequentavo era meraviglioso. Era. Perché da quando ha cambiato gestione il posto è cambiato, e parecchio.

Ai miei tempi (oddio, come sono invecchiato male!) c’era un ritratto di Karl Marx accompagnato dal celebre invito all’unione proletaria; pochi passi e sulla sinistra si poteva scorgere Lenin con lo sguardo severo che ammoniva come non si debba mai giocare con l’insurrezione; sulla parete opposta Rosa Luxemburg arringava i convenuti invitandoli a sostenere Spartaco e infine, dopo questa immersione nelle meravigliose acque illuminate dal sol dell’avvenire attraverso fotografie, manifesti, volantini, adesivi che riempivano gli spazi vuoti, si accedeva all’enorme sala che ospitava – oltre ai tavoli per cenare – uno splendido murale raffigurante una Marianna non più solo francese che accompagnava la danza nel vento della bandiera rossa simbolo della Rivoluzione proletaria.

A scanso d’equivoci, vorrei essere chiaro: io sono comunista. Ma non perché sia nato in Emilia, né perché il nonno, lo zio, il papà, e nemmeno perché mi senta solo. Io sono comunista perché dopo attenti studi, adeguate valutazioni, serie e impietose analisi sono giunto a concludere come la giustizia sociale non sia un ideale da perseguire, bensì un punto di partenza per una società migliore; come lo sfruttamento non sia solo una clamorosa ingiustizia, ma un vero e proprio freno a mano allo sviluppo dell’individuo; come il libero sviluppo di ognuno sia condizione necessaria per il libero sviluppo di tutti ed entrambi siano precondizioni per la felicità individuale e collettiva.

Ma tutto questo non si può più dire. Oggigiorno la gente si vergogna a dichiararsi comunista, e capisco anche perché. Quando mi capita di affrontare l’argomento, sia con vecchi amici che con nuove conoscenze, noto svariate reazioni alla mia presa di posizione, ma due in particolare ricorrono: sorrisini sarcastici che sembrano domandarmi come ci si senta a vivere indietro di due secoli, oppure sguardi schifati, inorriditi, quasi riconoscessero in me uno di quei delinquenti che deportavano le persone nei gulag.

Di solito con chi reagisce alla prima maniera l’amicizia prosegue – apprezzo l’umorismo, è importante nella mia vita –, mentre con chi ha paura dei racconti che ha sentito da qualcun altro e che si fida ciecamente di ciò che gli è stato detto senza approfondire attraverso sforzi di analisi e documentazione finisce quasi sempre a litigio – che danni che fa la falsa coscienza! Ma tant’è, il bello della libertà d’opinione (quando è reale opinione e non sentito dire) sta proprio nel contrasto. Se si andasse sempre d’accordo, sai che noia!

Giusto per essere onesti sino in fondo, e anche perché è importante precisarlo ai fini di queste pagine: oltre che comunista, sono anche ateo.

Attenzione, anche qui a scanso d’equivoci: non sono comunista perché sono ateo, né l’inverso. I due aspetti non sono affatto correlati.

In molti, specie tra i giovani, fanno confusione senza riflettere sulla profonda differenza tra il criticare un’istituzione che dice di dare a Cesare quel che è di Cesare senza specificare chi sia questo Cesare (per me Cesare è il popolo lavoratore, per loro chissà) e la mancanza di fede, che non credo possa essere reale materia di dibattito.

La fiducia (fides) richiede un salto nel vuoto compiuto con la piena convinzione e credenza nel fatto che qualcuno ti salverà al momento opportuno, senza mai dubitare. Io invece, che forse per viltà non sono mai riuscito a compiere quel salto, porto sempre con me un paracadute, ché non si sa mai. A dirla tutta, una punta di invidia la provo sempre quando incontro un credente.

Quella confusione è tale da far sorgere la convinzione che per dimostrare la propria “libertà di pensiero” sia sufficiente bestemmiare.

“La bestemmia è un’arte”, ho sentito dire una volta. Domandando a quale condizione artistica essa pervenisse, che cosa creasse di pregevole per l’umanità, l’assertore non riuscì a far altro che scoppiare in una grassa risata per poi urlare a gran voce un esempio di questa catartica – a suo dire – “arte”.

Non sono un bacchettone, mai stato. Anch’io ho indugiato e mi sono prodigato in determinate esclamazioni ma ogni volta, puntualmente, appena sbollita la rabbia per l’incidente, la disavventura, l’occasione che le provocava mi sono domandato se queste manifestazioni di libertà non celassero dichiarazioni di schiavitù. E io non voglio essere schiavo di niente, tantomeno della libertà.

Così nel tempo ho imparato a tenere a freno la lingua, senza ricorrere agli idioti mascheramenti del “pio”, “zio”, “io” o chissà che altro. Ma ogni tanto ci ricasco.

Una sera, dopo cena mi accomodai in poltrona per assistere alla partita della mia squadra del cuore. Un match tirato, un avversario ostico e per di più con il rischio dell’eliminazione dalla coppa che incombeva, alimentando la mia ansia – sì, ho questa lieve debolezza, detesto perdere. Intorno al 90° il punteggio era bloccato sullo 0 a 0, le due squadre si erano impegnate per non prendere goal anziché farlo – e hanno il coraggio di chiamarlo spettacolo! –, quando un goffo passaggio sulla trequarti avversaria dà occasione al centromediano di recuperar palla e servire in profondità il centravanti che con un tocco vellutato si allunga il pallone e a tu per tu col portiere che avanza per restringergli lo specchio della porta riesce a scartarlo ma il pallone si allontana sulla sinistra e allora con un colpo di reni si getta in scivolata e lo indirizza rasoterra sul secondo palo dove incoccia il legno e la palla rimbalza… per scivolare infine a fondo campo.

Bestemmiai sonoramente.

La mia compagna corse in salotto e mi riprese per la disgustosa espressione, ma i suoi rimproveri vennero disturbati da un brusio che lì per lì non riuscimmo a distinguere. Mi affacciai al balcone e vidi una pletora di giovani che si sganasciava dalle risa, estasiata dalla fantasia delle mie parole. Dunque applaudirono, per ringraziarmi del divertimento offerto.

Confuso e stordito, chiusi la portafinestra, tirai le tende e rinunciai a vedere i supplementari. Andai a letto provando una sensazione non tanto di vergogna, quanto di disgusto. Non mi infastidiva il fatto che mi avessero udito bestemmiare, bensì l’entusiasmo che quella nuova generazione provava per la volgarità e insieme la vacuità della mia uscita.

Ma non capivano che non c’era nulla di divertente? Che avevo pronunciato quelle parole senza rifletterle, senza pensarle, senza pesarle, come un cane che abbaia senza motivo alla sua immagine riflessa nello specchio?

È questo che vogliono i giovani, i compagni, i cittadini di domani? Parole urlate a squarciagola senza senso o riflessione purché immediate?

Il mattino dopo mi svegliai di buon mattino e andai in agenzia per dare mandato di vendere il mio appartamento e di trovarne un altro.

Da quando mi sono trasferito non ho più voluto aver nulla a che fare con quella scalinata, tanto più che la bettola-taverna è passata in altre mani, ha cambiato gestione: l’ultima volta che ci sono stato Marx aveva un cappellino da festa e spargeva coriandoli, Lenin i baffi a manubrio e gli occhiali da sole, nella foto del comizio di Rosa Luxemburg era comparso un balloon che diceva “è qui la festa” e la Marianna era tornata francese e invitava a ordinare pastis e cognac come digestivi.

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