Non ho (più) l’età

Gli occhi vispi, le membra attive, la mente lucida e i riflessi rapidi. Il ritratto della giovinezza. Una giovinezza che durava ormai da più di ottant’anni.

Carmelo era confuso quando si guardava allo specchio. Confuso, già, tuttavia contento. Vedeva i suoi coetanei – con qualcuno aveva condiviso gli studi, con qualcun altro il lavoro, con altri ancora era stato soldato – cadere per morti sulla poltrona di casa davanti al televisore, sprofondare nelle sabbie mobili della vecchiaia quasi sperando di non doversi più rialzare. Chiudere gli occhi, iniziare un bel sogno e, a un certo punto, interromperlo per il risveglio. Non necessariamente su quella stessa poltrona.

Lui invece scoppiava di salute. Aveva praticato sport da ragazzo, ma aveva smesso tanto tempo prima, saranno stati almeno quarant’anni che non faceva una corsetta. Il lavoro in ufficio, la spesa il sabato, guardare le partite dal divano la domenica. Una vita sedentaria, come tante altre; eppure scoppiava di salute.

Al rinnovo della patente l’esaminatore non voleva nemmeno fargli sostenere l’esame oculistico di prassi per avviare la procedura. Carmelo insisté e lo passò, con risultati anche migliori di giovanotti ben più freschi di lui – e dire che non portava neanche gli occhiali.

L’unico fastidio dovuto all’età era un leggero, impercettibile spasmo alla mano destra. Sfregava di continuo tra loro il pollice, il medio e l’anulare, come se tenesse tra le dita qualcosa di così prezioso che proprio non si poteva permettere di smarrire. Qualcuno lo scherniva sostenendo che fosse il gesto dei soldi, del denaro, quello sfregare le dita che comunicava il suo attaccamento alla grana. Ma lui del denaro non aveva mai sentito alcuna mancanza né particolare brama.

Aveva cominciato a lavorare da giovane. Era andato in pensione poco prima dei sessant’anni, ai suoi tempi mica c’erano tutte le storie che devono sentirsi fare i giovani d’oggi per poter cominciare a godersi la vita. Aveva lavorato come impiegato in un ufficio postale per gli ultimi venticinque anni di carriera – dopo essere stato garzone di fornaio, manovale in cantiere, rappresentante di mobili, quindi portalettere, dunque l’ufficio. Per dirla in francese, s’era fatto il culo. Per cui quella pensione era più che meritata.

Gli amici gli dicevano che erano un dono del Signore la sua vigorìa e il suo stato fisico. Che qualcuno lo aveva baciato dal cielo garantendogli l’eterna giovinezza e che doveva ringraziare la Madonna per la fortuna di cui godeva. Quando sentiva quelle parole faceva spallucce e volgeva lo sguardo altrove.

La Madonna, il Signore. Ma che gli stavano a dire? Lui non aveva fatto altro che godersi la vita, e godersi la vita evidentemente restituisce gioia e salute. Aveva bevuto, fumato, scopato, mangiato sino allo sfinimento, provato tutto ciò che era nelle sue possibilità prima di schiattare, aveva fatto tutte quelle cose che i medici sconsigliano al fine di mantenersi in salute.

«Vivere da malati per morire sani? Ma neanche per idea! Non devo mica passare la visita medica per entrare in paradiso!», rispondeva a quanti gli consigliavano uno stile di vita più sobrio e morigerato.

Tutto scorreva per il meglio, quando un giorno bussarono alla porta di casa.

Era un giovanotto di poco più di vent’anni, ben vestito, moro, scuro di carnagione, con i capelli ricci e le braccia pelose. Sembrava il suo ritratto da giovane, se non fosse stato per quegli occhietti sottili, gentili e che sembravano smarriti nel vuoto.

«Buongiorno. Il signor Carmelo?»

«Sono io. Dimmi pure ragazzo, ti serve qualcosa?»

«Posso entrare?»

Carmelo esitò a far entrare lo sconosciuto in casa, ma fu solo per un attimo; quegli occhi gli trasmisero una dolcezza cui non seppe resistere: «Prego, accomodati».

Gli chiese se desiderasse qualcosa – un caffè, un bicchiere d’acqua, qualcosa da mangiare (era quasi ora di cena e la domanda sorse spontanea).

«No, grazie, vorrei solo parlarle un momento e poi me ne andrò via per sempre.»

Carmelo non seppe spiegarsene il motivo, ma quelle ultime parole gli provocarono un senso di delusione. Non aveva senso: il ragazzo era un perfetto sconosciuto, come può l’annunciato arrivederci di una persona che si è appena conosciuta generare quello sconforto?

«Lei, signor Carmelo, non ha famiglia, vero?»

«No, pare di no. Sono sempre stato uno spirito libero, come si dice oggigiorno. Ai miei tempi si diceva “scapolone”, “zitello”, “signorino”. Oggi la gente se ne fa un vanto di essere sola.»

«Già, già… e mi dica, è mai stato a Sazan?»

«Sazan? Mah… non saprei, così su due piedi il nome non mi dice nulla… perché?»

«Beh, vede… era così, giusto per vedere se ricordasse…»

Sazan è un’isolotto albanese sito di fronte a Valona, nel Canale d’Otranto. Carmelo aveva trascorso in Albania un paio di giorni quando, più di vent’anni addietro, s’era concesso il lusso di una vacanza di oltre un mese per festeggiare i suoi sessant’anni. Grazie ad aerei, barche e treni aveva girato quasi tutto il Medio Oriente che si affaccia sul Mediterraneo, e di ritorno in Italia aveva deciso di fermarsi a visitare questa piccola perla nascosta nel basso Adriatico. Lì per lì non se n’era ricordato, ma in breve la memoria recuperò quei giorni e Carmelo esclamò: «Ma certo! Sazan! Che meraviglia! Un’isola stupenda! Sei di là, ragazzo?».

«No, a dire il vero no. Io sono nato a Lecce. Mia madre era di Valona e mi raccontò di aver conosciuto un turista italiano che, come lei, si trovava sull’isola in vacanza. Mi disse di aver fatto amicizia con questo turista, anzi, di averci avuto una storia che lei credeva d’amore proprio lì, sull’isola, approfittando di una macchia boschiva che li celasse allo sguardo dei curiosi, ma che poi, ritornati insieme a Valona e separatisi per dirigersi lei a casa e lui in hotel, non lo vide mai più.

Mi raccontò che quel turista aveva tanti anni più di lei, appena trentenne, ma che aveva visto in lui qualcosa di diverso, di particolare, una scintilla negli occhi che non aveva mai notato in nessun altro uomo. La stessa scintilla che pochi mesi prima di morire investita da un pirata della strada disse di vedere in me.»

Carmelo balzò dalla sedia. Mentre il ragazzo pronunciava quelle parole riaffioravano in lui ricordi smarriti nel tempo. Le tornò alla mente Erjona, la bella albanese riccia e mora che aveva conosciuto proprio a Sazan durante quella vacanza. Ricordò come l’avesse convinta ad appartarsi nel bosco e la morbidezza della sua pelle, i suoi glutei stretti tra le mani mentre la teneva schiacciata contro un albero, la dolcezza di quello sguardo ch’egli sbeffeggiò ridendo tra sé il giorno dopo, quando prese il largo con la nave che lo riportava in Italia.

Che verme che era stato! Che uomo era mai a quell’epoca? E solo a quell’epoca? Quante volte s’era comportato così con altre donne, sin da giovane e poi ancora in età adulta?

Carmelo non aveva famiglia, né mai ne aveva voluta alcuna. Non perché amasse la libertà, non aveva mai assunto né le pose né lo spirito del lupo solitario. Si era sempre giustificato con se stesso dicendosi non ancora pronto per una qualsiasi relazione che andasse oltre la passione iniziale, forse – così aveva spesso concluso i suoi ragionamenti – certa gente non è fatta per stare in coppia, e lui era una di queste persone.

Adesso che aveva lì davanti a sé il frutto di una delle sue scorribande, provava un sentimento che non aveva mai sperimentato: la vergogna. Per come aveva trattato quella ragazza; per averla irretita e aver approfittato di lei e della sua bontà d’animo; per le responsabilità che non si era assunto; per la sua vigliaccheria.

«Ragazzo…», sussurrò stentando.

«Santo, mi chiamo Santo. La prego, mi lasci finire. Non è necessario che le dica ciò che ha già intuito. Andiamo avanti.

Mia madre non era una donna che rinunciasse facilmente quando si metteva in testa qualcosa. Così qualche settimana dopo aver scoperto d’essere incinta prese un’aspettativa dal lavoro e cominciò le ricerche. Voleva a tutti i costi ritrovare quell’uomo, così lo cercò presso le agenzie di viaggio e le compagnie navali che traghettavano i turisti a Sazan. Quell’uomo si era presentato solo col nome, Carmelo, ma non era un’informazione sufficiente affinché chiunque potesse aiutarla. Così venne in Italia e ripeté la trafila fatta in Albania, ma non trovò nulla.

Nel frattempo io venni al mondo. Doveva occuparsi di me e decise di stabilirsi definitivamente in Italia: trovò lavoro come interprete – conosceva bene l’inglese, il greco e alcuni dialetti slavi, per cui risultò preziosa in quel periodo, con tutti i migranti che in quegli anni attraversavano l’Adriatico.

Sono andato a scuola, ho studiato e ora frequento la Scuola Allievi Agenti della Polizia di Stato. Spero, un giorno, di far carriera. Grazie ad alcuni colleghi sono riuscito a rintracciarla, così sono venuto da lei.»

«E sei qui per…»

«No, non si preoccupi. Non sono qui per vendetta né per reclamare alcunché. Non sono così meschino. Sono qui solo per portare a termine la ricerca di mia madre, ultimare ciò che lei non è riuscita a compiere a causa del destino. E anche per un’altra cosa.»

«Cosa?»

«Mi dica, signor Carmelo. Lei ha creduto a tutto ciò che le ho detto?»

«Perché, non dovrei?»

«Sulla base di cosa? Uno sconosciuto le bussa alla porta, le racconta la sua vita e la accusa di aver abbandonato una donna incinta in un Paese straniero comportandosi da mascalzone. Non sente il bisogno di difendersi?»

«No, affatto. Anzi, a dire il vero non mi è mai passato per la testa durante il tuo racconto.»

«Bene, allora possiamo parlare di quell’altra cosa. Guardi qui, – disse tirando in avanti il braccio destro e stendendo le cinque dita della mano, immobile per alcuni secondi sinché il pollice non cominciò a piegarsi tendendosi verso le altre dita – lo riconosce?»

«Oddio, oddio!…»

«Si calmi, si calmi. Sì, se se lo stesse chiedendo, è esattamente lo stesso spasmo del quale soffriva l’uomo che aveva incontrato mia madre a Sazan. Sa che cos’è?»

«No. Cioè, non ho mai approfondito. Il medico una volta mi ha detto che è normale, che con l’andare degli anni queste cose succedono, ma dato che per il resto sto benissimo non me ne sono mai preoccupato. Cos’è?»

«È il motivo per il quale non ho passato subito la visita medica per la scuola e ho dovuto ripeterla dopo accertamenti. Questo piccolo spasmo che con l’andare degli anni anche per me diventerà più frequente significa che soffro di una particolarissima patologia degenerativa al contrario, così come lei.»

«Al contrario? Che vuol dire al contrario?»

«Vede, la gente normale, per così dire, vede il suo corpo disfarsi nel corso dell’invecchiamento. Io e lei, invece, come sostengono i medici che stanno studiandomi passo passo, esternamente invecchiamo come loro, ma internamente i nostri organi si rigenerano autonomamente riparando i piccoli guasti fisiologici e reagendo in maniera positiva alle sollecitazioni esterne – abuso di alcol, malattie infettive, una dieta squilibrata. È come se a dispetto di quanto sia possibile maltrattare il nostro corpo, non ci ammaleremo mai. Un paradiso, vero?

Ciononostante c’è una piccola postilla, una minuscola nota impressa nella filigrana di questo idilliaco dipinto organico. La morte.»

«Che significa?»

«Significa che nemmeno noi, signor Carmelo, siamo eterni. Benché il nostro corpo non si disfi, anche noi abbiamo un orologio che istante dopo istante batte i propri rintocchi in attesa del momento. Questo spasmo è il metronomo che batte il nostro tempo. Più lo spasmo si fa frequente, più siamo vicini al momento. Una vera e propria condanna, non trova?»

«Perché?»

«Perché, a differenza della gente normale, abbiamo una spia che ci segnala quanto il nostro momento stia avvicinandosi. Lei sinora non ne ha avuto contezza, ma le assicuro che da quando la lascerò solo non riuscirà a smettere di fissarsi le dita chiedendosi se la frequenza del tremolio sia accelerata oppure no dall’ultima volta che le ha osservate. Non è una condanna, in effetti, ma una vera e propria tortura.»

«E poi cosa succederà?»

«Vede, signor Carmelo, io lo so perché lei ha sedotto mia madre, ha voltato l’angolo e non s’è fatto scrupoli ad andarsene per sempre. Lo facevo anch’io in passato, e spesso. La nostra forza, la vigorìa della quale disponiamo ci illude di vivere in un eterno presente, una stasi che potremmo confondere con un senso di eternità.

Prima di ricevere i risultati delle analisi vedevo la gente intorno a me gravata da un’angoscia che non comprendevo. Avevano tutti paura di morire, tutti quelli che avevo intorno. Io no. Io ho scoperto la morte solo quando l’ho sperimentata da vicino, con la perdita di mia madre. È stato uno choc tremendo. E la colpa è sua.»

«Mia?»

«Sì, sua. Sua e dei suoi stramaledettissimi geni! – urlò. – Mi perdoni, mi sono lasciato andare, mi ero ripromesso di non farlo.

Prima di allora, come ho già detto, per me era tutto un eterno presente. Le giornate erano tutte uguali, facevo sempre le stesse cose, vedevo la stessa gente, gli stessi posti, e mi piaceva tutto ciò. Ero felice. Stupidamente felice. Non ho mai avuto quella strana sensazione che avvertivano gli altri miei compagni di scuola quando sentivano il loro corpo cambiare, né il sentore del pericolo costantemente incombente che aveva mia madre ogni volta che si sentiva poco bene. Per me era tutto a posto, si sarebbe aggiustata qualunque cosa col tempo, non c’era di che preoccuparsi. Non sentivo il peso dell’età, perché era come se non l’avessi affatto, un’età.

Solo con la scomparsa di mia madre ho capito che le cose non stanno affatto così. Che la crescita, la maturazione, consiste anche nel capire che nulla è eterno. È stato un colpo durissimo, ho provato tutte in una volta quelle sensazioni negative che gli altri assaggiano poco per volta, giorno dopo giorno, sostenendo quelle piccole sfide quotidiane che preparano al grande evento. Ciò che, in fin dei conti, significa vivere.

Quando è ricevuto a casa la telefonata che mi avvisava dell’accaduto, la cornetta del telefono mi scivolò tra le dita inerti e io rimasi paralizzato a fissare lo sguardo fuori dalla finestra accanto alla quale è posizionato il telefono. Mi travolsero la disperazione, l’angoscia, la consapevolezza d’esser rimasto solo al mondo. Avrei dovuto prepararmi per tempo, ma non potei, non ne ero in grado.

Così mi resi conto di non aver mai vissuto.

Questo, signor Carmelo, questo lei mi ha lasciato in dono, anzi no, è questo che lei mi ha tolto veramente andandosene via in quel giorno d’estate: privandomi della morte, mi ha privato della vita. Era solo questo ciò che volevo dirle.

Ora, se vuole scusarmi, devo andare. Rimanga pure seduto, conosco la strada.»

Carmelo lo fissò alzarsi e dirigersi verso la porta, girare la maniglia e scomparire per sempre dalla sua vita.

Quel senso d’affetto e vicinanza che aveva istintivamente provato al suo arrivo s’era rinforzato minuto dopo minuto. Man mano che il giovane andava avanti, però, la gioia fece posto a quel senso di vergogna che divenne mortificazione.

Era vero ciò che aveva detto Santo. Non con il suo comportamento, ma con il suo essere lo aveva privato della vita. Se lui avesse voluto un padre, ecco, lui sarebbe stato lì, pronto a fare ammenda per gli anni di assenza. Ma quel che chiedeva il ragazzo era qualcosa che lui non era in grado di restituirgli. Perciò forse non rivedersi mai più era davvero la cosa migliore.

Lo spasmo alla mano destra s’era fatto più veloce, quel confronto lo aveva turbato. Volse lo sguardo per non fissarlo, non voleva cadere nella trappola che quel ragazzo gli aveva descritto con tanto precisione.

Decise di riposarsi un po’ in poltrona e riflettere sulla sua condotta una volta risvegliatosi.

Così si sedette e chiuse gli occhi sperando di iniziare un bel sogno, e, a un certo punto, interromperlo per il risveglio. Non necessariamente su quella stessa poltrona.

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