Misure

Ricordo con affetto e nostalgia quando, da piccolo, approfittavo dei pochi momenti di distrazione di mia madre e con passi rapidi e felpati lasciavo la mia cameretta in compagnia dei miei giocattoli preferiti per arrampicarmi sul lettone dei miei genitori.

Mamma non voleva ch’io vi salissi, teneva molto acché le lenzuola e il copriletto non si sgualcissero e ciò rendeva ancor più eccitante quel dolce miscuglio di trasgressione e tenerezza provato durante la mia marachella.

Non saprei dirti fin quando durò quella specie di sfida all’istituzione materna, una sorta di ribellione dolce e senza vittime all’infuori della piega del cotone – mi piace ancora definirla la mia piccola carriera criminale. Avrò avuto cinque o sei anni quando appesi al chiodo la mascherina che ogni buon malfattore deve indossare per non essere scoperto e le calze coi gommini che la mamma mi infilava per evitare scivoloni e che io presto tramutai in strumento per celare l’allarme acustico che era lo stridio dei miei piccoli passi sul pavimento.

Per anni ho pianto e mi sono mortificato dei rimproveri che ricevevo ogniqualvolta venissi scoperto – se non colto in flagranza di reato nascosto tra i grandi cuscini, quantomeno tradito dalle spiegazzature delle lenzuola che restituivano l’impronta delle mie malefatte. Da adulto, tuttavia, ho ripensato spesso con orgoglio alle mie criminose gesta, e non rinnego nulla. Assolutamente nulla.

Vedi, la questione è molto semplice: io provavo, tentavo di farmi andar bene l’angusto lettino nel quale riposavo la notte, ma non era la stessa cosa. Sperimentai anche il grande divano che adornava il salotto; oh, era bello, nulla da dire, spazioso e morbido quasi quanto il lettone – ma lo schienale rappresentava un limite invalicabile e i braccioli, ancorché ottimo punto di osservazione per le scorribande piratesche che imperversavano nell’ampio mare che immaginavo intorno al prezioso e isolato lembo di terra che era il divano, troppo rigidi e freddi per entrare a far parte della terra promessa della mia immaginazione.

Il lettone, invece, era speciale. Morbido, accogliente, caloroso, portava l’odore dei miei genitori e ora che ci ripenso potrei quasi sostenere come quel mio piccolo vizio celasse quel poco di animalesco che permane in noi nonostante la civilizzazione: la prima cosa che facevo una volta raggiunta la meta della mia scalata era infatti rotolarmi in lungo e in largo, con le braccia e le gambe distese e uno sciocco sorriso testimone della beatitudine provata nel mescolare il mio odore al loro, come una preda che vuole confondere il predatore.

Certo, non era solo questo. Sicuramente c’era anche dell’altro, ma al momento non sono in grado di spiegartelo.

Non mi sono più sentito così libero e al sicuro come allora, quando la mia immaginazione mi dipingeva incarcerato e desideroso di tagliare le sbarre immaginarie che correvano intorno al letto prima che il secondino – chiaramente, mia madre – passasse per il consueto giro di ronda e mi punisse severamente per i miei tentativi di evasione– o invasione.

Ciononostante, altre volte ho provato sensazioni simili. Mi spiego: il segreto della mia infantile felicità stava proprio nelle mie misure. Piccolo di età e minuto di corporatura, quel rettangolo di poco più di un metro e mezzo di larghezza e due di lunghezza era una terra sconfinata per me che non superavo il metro.

Quando cresci le misure cambiano, crescono le tue e quelle del mondo che ti circonda. Con esse, tuttavia, muta anche altro.

Prova a figurarti quanto ti ho detto sinora: il senso di calore e di protezione, la spensieratezza e il dolce brivido, quasi il desiderio di essere colto in fallo, erano tutte sensazioni connesse e generate da quella bolla d’amore che circondava le quattro mura di casa. Divenuto adulto ho scoperto che fuori da quella bolla ne esiste una più grande, e al lettone dei miei si sono sostituite la strada, la piazza, l’ufficio, le relazioni sociali, il traffico, la coda alla Posta, la sala d’attesa di un pronto soccorso, la motorizzazione!

Paradossalmente, più il mio universo si ampliava e più la mia vita si restringeva.

Esplosa quella bolla e varcata la soglia di casa, nonostante adesso sia alto più di un metro e ottanta, mi scopro dunque ancora ogni giorno con le braccia e le gambe distese a rotolarmi nel mondo – ma non devo più stare attento a non sgualcire le lenzuola, bensì ad evitare di incappare in uno degli spunzoni, o delle buche, o delle trappole di cui questo mondo ruvido, irregolare, pericoloso è infestato.

Ehi, non ti preoccupare, non voglio spaventarti. Però penso sia giusto che tu sappia per tempo cosa ti aspetta. Ma lo scoprirai da solo.

Torniamo a noi: ricordi cosa dicevo prima, che non era solo un confondere gli odori quel mio rotolarmi nel lettone ma c’era anche dell’altro e non sapevo come spiegartelo? Ecco, qui intervieni tu.

Ho sempre pensato che il divino si fondasse sull’ironia, e sono sempre più convinto della bontà di questo mio pensiero. Guarda noi, per esempio: io che so parlare, manco delle facoltà necessarie per immaginare parole adatte a restituirti il mio sentire; tu, che sei nel pancione della mamma e che stai sperimentando la gioia di sentirsi al sicuro e protetto come mi sentivo io all’epoca in cui di soppiatto svicolavo in camera da letto dei miei, non sai ancora parlare. La parole a chi non ha lingua, la lingua a chi non parole. Se non è ironia questa, che cos’è?

È per questo che dobbiamo lavorare di squadra. Ognuno farà la sua parte: io ti prometto che finché avrò vita in corpo sarò al tuo fianco, potrai sempre contare su di me, ti aiuterò a prendere le misure per farti strada nel mondo. Tu, in cambio, sarai semplicemente te stesso, e con il tuo essere riempirai la mia esistenza. Io ti insegnerò la vita e tu mi insegnerai la felicità. Siamo d’accordo?

Ora devo lasciarti, la mamma si sta svegliando, e se mi trovasse qui a sussurrare al suo pancione probabilmente mi prenderebbe per matto. Cosa dici? Se anche lei può entrare nella squadra? Ma certo. Però dobbiamo stare attenti: anche lei tiene molto alla piega delle lenzuola…

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