Corona odii

«Guanti in lattice, mascherina, paraorecchie… paraorecchie? Sì, anche il paraorecchie, non si sa mai.»

Alberto terminò la conta dell’equipaggiamento necessario alla sua impresa. Non doveva scalare una montagna o operare chirurgicamente chicchessia: doveva solo andare a fare la spesa.

Da alcune settimane imperversava un pericolo strisciante, letale, silenzioso e infido come solo l’odio sa essere. Quel genere di odio che non detona d’un tratto in uno scoppio d’ira marcando una cesura tra un prima e un dopo, bensì del tipo che monta e cresce piano, adagio, inavvertito s’insinua nelle viscere avvelenando ogni fibra, ogni molecola, corrodendo dall’interno anche il cuore più puro. Quell’odio che ti trasforma senza che tu neanche te ne renda conto.

La prima volta in cui sentì parlare del pericolo, Alberto non dette troppo credito agli allarmi diffusi dai media: «Sarà l’ennesima esagerazione, come al solito, gridano “al lupo, al lupo!” per fare spettacolo e incrementare gli ascolti», si era detto.

Aveva proseguito la sua vita come se nulla fosse cambiato: andava al lavoro in metro, al bar per un caffè prima di entrare in ufficio, un giro per negozi prima di rientrare a casa e calorose strette di mano a chiunque gli capitasse di incontrare durante il giorno.

Poi cominciò la conta: il primo caso, il secondo, il decimo, il centesimo, i primi decessi.

Si sentì un idiota. Aveva sottovalutato la situazione, non era da lui, come aveva fatto a cadere nel tranello della superficialità?

Gli esperti sciorinarono i consigli da seguire, le best practices per affrontare l’emergenza: restare a casa, anzitutto, non uscire se non strettamente necessario; se strettamente necessario, evitare contatti, baci, abbracci, starnutire sul gomito, mantenere la distanza interpersonale.

«Ok, sembra facile», commentò tra sé Alberto.

Gli scocciava un po’ doversi scansare in metro quando qualcuno gli si avvicinava o attendere che l’avventore prima di lui al bancone del bar terminasse il caffè prima di poter ordinare il suo, ma tutto sommato era roba di poco conto, poteva sopportare. Vedeva la gente con la mascherina e i guanti, ma lui aveva ritenuto di non usarli, bastava stare attenti.

Dopo alcuni giorni, rientrato da una lunga giornata di lavoro, accese il televisore per aggiornarsi sulla situazione e scoprì che l’ordine delle centinaia era già un lontano ricordo: decine di migliaia erano stati infettati dall’odio.

Il mattino dopo venne informato che non era il caso di recarsi in ufficio; sulla posta elettronica il principale stava inviandogli il materiale per lavorare da casa; fece così conoscenza dello smart working.

«In fondo meglio così, in questo modo corro meno rischi», commentò una volta ricevuta l’e-mail.

Concluse, dopo i primi giorni di adattamento, che quell’isolamento coatto era certo tollerabile, utile a risolvere il problema, ma altresì fastidioso, noioso anche, come trattenere uno starnuto. Per dar sostanza alla metafora, s’immaginò intento a ricevere un premio, una coppa, un’onorificenza o che altro – la prima comunione –, e arricciare il naso nel disperato tentativo di trattenere quello starnuto che se esplodesse spezzerebbe l’importanza, la gioia, la sacralità del momento.

L’unico problema era che quello starnuto portava il nome di vita.

Giunse il giorno dell’uscita settimanale: tabaccaio e supermercato. Quella volta evitò il tabaccaio, andò dritto al supermercato. Trascorse in coda un’ora e dieci minuti – meno del previsto, altre volte aveva atteso anche due ore –, prese un carrello e cominciò ad aggirarsi per gli scaffali con una cautela senza eguali.

Doveva assolutamente evitare contatti, anche minimi, aveva preso il carrello per utilizzarlo come distanziatore, altrimenti gli sarebbe bastato un cestino. Prima di addentrarsi in una corsia gettava uno sguardo per assicurarsi che non ci fosse nessuno; se qualcuno c’era, attendeva che avesse finito e solo dopo essersi accertato d’aver campo libero vi entrava.

«Potrei voltare l’angolo e scontrarmi inavvertitamente con qualcuno, devo ricordarmi di portare uno specchietto la prossima volta», mormorò dentro la mascherina.

Finché, concentrato sullo scaffale che ospitava i legumi secchi, non venne colto di sorpresa da un’anziana signora che dalla sua destra aveva allungato una mano verso le lenticchie. Ebbe paura, balzò all’indietro e urlò: «Signora, ma che accidenti sta facendo, non lo vede che ci sono io qui?».

«Giovanotto, ma come si permette? Io la spesa sto facendo, è mio sacrosanto diritto!»

«Ed è mio sacrosanto diritto conservare la salute! Che ne so io che lei non è infetta, e mi viene così vicino e di spalle per giunta, a momenti mi prendeva un colpo!»

«Guardi, non mi sembra il caso di…»

«Stia lontana! Non si avvicini! A un metro! A un metro!»

«Dica, giovanotto, ma va tutto bene? Cerchi di darsi una calmata e moderare i toni.»

«I toni, dice, i toni! Signora, lei dovrebbe starsene a casa, non lo sente il telegiornale, non l’ha capito che per le persone anziane come lei uscire di casa è ancor più pericoloso?»

«Io sono informatissima e so badare a me stessa, non le permetto di parlarmi in questo modo! Signore, mi aiuti lei…»

«Signore?»

Si voltò e per poco il suo cuore non esplose. Un commesso del supermercato che aveva sentito da lontano la discussione, si era avvicinato nel tentativo di sedare la lite e far riprendere la circolazione dei clienti. Bontà sua, indossava anch’egli guanti e mascherina, altrimenti chissà che contraccolpo avrebbero subito i già fragili nervi del buon Alberto. La cui reazione, tuttavia, non fu per ciò meno energica.

«Ma che fa anche lei? Mi prende di spalle? Allora ce l’avete con me, ditelo, ce l’avete con me, volete contagiarmi!»

«Signore, si calmi…»

«Non si avvicini! E anche lei, signora, stia lontana, state lontani!!!»

Prese a dar di matto. Con la destra manovrava il carrello per tener lontana la signora, mentre con la sinistra brandiva una bottiglia d’olio minacciando di batterla in testa al commesso se solo avesse mosso un altro passo.

«Lontani, lontani! Io voglio solo fare la spesa e tornare a casa da mia moglie, non voglio problemi.»

«Signora, la prego si allontani», disse il commesso alla donna. Questa annuì e, a passo di gambero per non dare le spalle a quel folle che chissà quanto avrebbe potuto diventar pericoloso, lasciò la corsia.

Il commesso, atteso che la signora fosse fuori pericolo, si rivolse nuovamente ad Alberto: «Signore, ora si dia una calmata, la situazione è sfuggita di mano, d’accordo, ma non è il momento di lasciarsi andare a isterismi.»

«Isterismi? Isterismi, dice? Ma ve la do io l’isteria, con la vecchia che mi prende di sorpresa e anche lei che mi arriva alle spalle! Adesso io prendo il carrello e me ne vado, capito?! Dovete andare tutti a quel paese, voi e le vostre pessime abitudini, non ne posso più di sentirvi soffiare il naso e dar colpi di tosse senza mettervi il gomito davanti o curarvi di chi avete intorno, delle scatarrate, i risucchi col naso, solo oggi ho visto gente mettersi le mani ovunque, nel naso, in bocca – al reparto surgelati c’era uno che si grattava il culo! – e poi toccare le qualsiasi, quindi adesso…»

«Adesso lei si dà una calmata e mi segue alla cassa, poi torna a casa, la spesa è finita.»

«Non è finita per un cazzo, ancora mezza lista della spesa devo prendere!»

«Non voglio costringerla, ma…»

«Costringermi? Ci provi, su, voglio vedere!»

«Angelo, aiutami col signore.»

Alberto era stato colto alle spalle dal buttafuori del supermercato. A spaventarlo non furono le sue enormi spalle, né lo sguardo minaccioso o lo sbuffante naso taurino che sformava la mascherina che aveva indosso; furono i circa cinquanta-sessanta centimetri di distanza tra lui e il bestione a fargli perdere i sensi.

Si risvegliò sulla poltrona di una stanza angusta, buia, malamente illuminata da un neon che cominciava a perdere colpi, andava sostituito.

Si stropicciò gli occhi, spalancò la bocca e sbadigliò, quindi si grattò l’orecchio sinistro che aveva preso a prudergli a contatto con la poltrona.

Gli occhi? Le orecchie? Oddio, i guanti li aveva ancora indosso, ma dov’erano mascherina e paraorecchie?

L’agitazione s’impadronì nuovamente di Alberto, ma non ebbe modo di sfogarsi poiché prontamente frustrata dal commesso rimasto a vigilare sul cliente in attesa che si riprendesse.

«Signore, stia calmo, è al sicuro. Ho dovuto toglierle mascherina e paraorecchie per agevolarle il respiro.»

«Dove mi trovo?»

«Siamo nell’ufficio del direttore del supermercato. Si ricorda di quanto avvenuto?»

Si guardò velocemente intorno: la porta era aperta, la finestra anche, l’aria circolava, il commesso indossava guanti e mascherina; non era del tutto al sicuro ma riuscì a contenere l’ansia. Rispose: «Sì, mi ricordo. Oddio, ma che ho fatto, che ho combinato?».

«Nulla, signore, nulla. Ha solo dato in escandescenze per alcuni minuti, ma è normale data la situazione.»

«La signora! La signora. La prego, dov’è la signora? Vorrei scusarmi. E la prego: mi scusi anche lei per prima.»

«Non si preoccupi, nessun problema. La signora sarà già a casa a preparare il pranzo, è andata via poco dopo il suo mancamento. Vuole un bicchier d’acqua? Sigillata in bottiglia e in un bicchiere di plastica usa e getta, naturalmente.»

«Sì, grazie.»

Il commesso porse il bicchiere ad Alberto, che bevve tutto d’un fiato e deglutendo lo agitò nuovamente, pativa una sete tremenda.

«Quando se la sentirà, mi dica pure cosa le manca da prendere, provvederò io stesso a completare la spesa e fargliela consegnare a domicilio.»

«Grazie, grazie.»

«Posso farle una domanda?»

«Certo, è il minimo.»

«Quando ha perso i sensi le è caduta dalla tasca la tessera del supermercato. Mi sono permesso di fare una ricerca, e ho notato nei video della sorveglianza che lei fino alla scorsa settimana non indossava nemmeno i guanti, oggi invece si è presentato bardato di tutto punto. Cosa è cambiato?»

«È cambiato che pochi giorni fa mia moglie ha scoperto di essere incinta.»

«Che bella notizia! Sono molto felice per lei.»

«Io no.»

«Prego?»

«No, mi scusi, mi gira un po’ la testa… Certo che sono felice, ero al settimo cielo quando me l’ha detto. Poi però ho cominciato a pensare, a riflettere.»

«Sulla situazione?»

«Già. La situazione. Vede, io la situazione l’avevo presa sottogamba, non mi vergogno ad ammetterlo. Pensavo che bastasse non stringere mani, non baciare nessuno, rimanere distante dagli altri. Era sufficiente, fino a qualche giorno fa. Poi ho cominciato a chiedermi se lo fosse davvero. Sono sempre venuto da solo a fare la spesa: dovendo uscire uno per famiglia, abbiamo deciso che l’avrei fatto io. Capisce, la mia paura adesso non è infettarmi, ma di infettare lei, e con lei la gioia che porta dentro. Se capitasse, non credo che riuscirei a perdonarmelo.»

«Capisco cosa intende, ed è molto premuroso da parte sua. Però deve star calmo, non dobbiamo dargliela vinta così facilmente.»

«Si fa presto a dirlo. Chissà se finirà.»

«Vuol dire “quando” finirà.»

«No, no. Intendo proprio “se”.»

«Permette? Io sono convinto che se con uno sforzo continuiamo a trattenere il respiro, presto terminerà questa apnea.»

«Il respiro? Lei è ancor più pessimista di me: io lo paragonavo a uno starnuto.»

«Scelga lei la metafora. L’importante è resistere.»

«Come sempre.»

Rimasero in silenzio per alcuni secondi, poi Alberto sussurrò: «Da non credere».

«Cosa?»

«Lei è la prima persona, oltre me e mia moglie, che viene a conoscenza della gravidanza. Non l’abbiamo detto neanche ai nostri genitori.»

«Perché mai?»

«Vivono in un’altra città, ci siamo trasferiti qui per lavoro, siamo soli. Vorremmo dirglielo guardandoci negli occhi e mano nella mano con loro, non basta una videochiamata. Quindi abbiamo tenuto il segreto per noi, eravamo gli unici due a saperlo, finché non gliel’ho detto poco fa. E sa una cosa?»

«Cosa?»

«Avrei tanta voglia di abbracciarla.»

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