Lettera di un vecchio (che una volta è stato giovane e voleva fare la rivoluzione)

Care compagne, cari compagni, da qualche tempo a questa parte mi capita di fare un sogno ricorrente, che vorrei raccontarvi.

In un noioso pomeriggio domenicale, scartabellando tra cassetti e vecchi scaffali, mi capita di trovare un VHS (vi ricordate? quegli oggetti che usavamo prima dell’avvento del DVD) senza etichetta né riferimento alcuno al contenuto. Lo inserisco nel videoregistratore e vi trovo noi ai bei tempi.

Ad onor del vero non riesco a vedere nessuno di voi, e nemmeno me stesso. Anzi, l’unica cosa che riconosco è la nostra sede, piena di uomini e donne d’ogni tipo riuniti in assemblea che discutono di chissà cosa (non saprei dirvene il motivo ma la registrazione è senza audio).

È strano, riconosco gente che non conosco. Compagni dei quali ho soltanto sentito parlare poiché appartenenti a una generazione precedente la mia, e che tuttavia riesco a inquadrare e penso “sì, ecco, lui è Tizio”, “lui invece è Caio”, “guarda Sempronia com’era giovane e bella”. Intravedo manifesti e striscioni a me familiari, felice del fatto che fossero presenti già anni prima del mio arrivo. Noto anche la scaffalatura del centro di documentazione vuota a metà, tempo dopo avrei contribuito a riempirla con buona parte della mia biblioteca personale messa a disposizione di tutti.

La luce è sparata al massimo, una fotografia quasi da soap opera che trasmette una fallace sensazione di pace e serenità, una rappresentazione dell’oggetto che fa tornare la mente agli anni Ottanta. Anche gli abiti, le capigliature, perfino i volti hanno il sapore di quel decennio; una visione ovattata probabilmente figlia del mio subconscio, vittima del pregiudizio riassunto in quel “si stava meglio quando si stava peggio” che tante volte sento ricorrere nei discorsi tra vecchi compagni.

Stanno discutendo animatamente di qualcosa in un angolo dello schermo, hanno uno sguardo felice; in un altro angolino c’è l’estrazione della riffa di quartiere che ogni anno organizzavamo intorno al periodo natalizio; un rapido cambio di inquadratura mi conduce nella sala deputata al corso di Teatro del Popolo, una delle attività che animavano le nostre settimane insieme al corso di pittura e ceramica e allo sportello legale col quale tentavamo di fornire una sponda, un appoggio, un aiuto a chi ne aveva bisogno.

Improvvisamente, nel sogno, mi vien voglia di condividere la gioia che quelle immagini mi trasmettono con la mia compagna, che so essere in cucina intenta a sciacquare la moka e le tazzine del caffè. «Vieni – le dico – guarda cosa ho trovato. Mi dici sempre che vorresti ti raccontassi com’è stata la mia militanza, ecco, qui c’è un video di qualche anno prima che cominciassi io, ma non è cambiato poi molto quando arrivai». Già solo queste poche parole prefigurano in sogno un senso di conservatorismo mascherato da rivoluzione. Ma non voglio pensarci troppo su, quell’eccitazione gioiosa non vuole lasciar spazio all’analisi.

La mia compagna non arriva, in compenso mi scopro in ufficio. Sto fissando il monitor con aperta la mail aziendale, dove scopro che vi sono altre registrazioni di quegli anni. I file sono nominati a seconda del contenuto: “manifestazione anti-militarista”, “processo del compagno Mario”, “contestazione del comizio elettorale del candidato fascista”. Provo ad avviarli, ma la riproduzione non parte.

La mia compagna ancora non è arrivata per vedere il video precedente – non so perché io mi trovi in ufficio, ma so che lei è lì, presente. E invece non c’è. Mi trovo solo, solo e con uno schermo nero sul quale cerco disperatamente di rivedere un qualcosa che non c’è più.

Mi sento perduto, ho smarrito anche il ricordo, un ricordo tenero e generoso che mi aiuta ad andare avanti nei periodi di crisi. Mi manca l’aria, mi sento soffocare, non trovo più il VHS. Mi sveglio di soprassalto, sudato e terrorizzato.

Sono le 4.44 del mattino; vado in bagno a sciacquarmi il viso e noto che alcune lacrime sono sgorgate nel sonno. Lacrime di zucchero e fiele, dolci e velenose a un tempo.

Mi siedo sulla tazza, tanto non ho alcuna voglia di tornare a letto, non riuscirei a prender sonno, tanto vale dare un’opportunità alla vescica di svuotarsi e vincere la lotta con quella prostata grossa come una mela che qualche giorno fa il medico mi ha radiografato.

Ripenso a quegli anni che sembrano lontanissimi. Care compagne, cari compagni, sapete benissimo che non è così. Che non è da molto che ho cambiato vita e che non è poi da così tanto che ho messo di lato il mio impegno, cosa che del resto vale anche per voi.

Tutti noi, come quelli prima di noi, come quelli che combattono adesso (anche se ancora non lo sanno), siamo stati e saremo messi al palo dalle sfide di quella squallida sopravvivenza quotidiana cui siamo incatenati da quando veniamo al mondo.

La figura del gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo non rende bene il mio sentire. Forse non sono ancora arrivato a quel punto, ma mi ci sto avvicinando a grandi passi.

Continuo a partecipare alle manifestazioni, alle feste popolari, ai cortei e ai presidi a sostegno delle cause che ritengo giusto e doveroso sostenere. Partecipo a ogni corteo del 25 aprile, a ogni Pride, a ogni celebrazione del Primo Maggio. Parto con tutto l’entusiasmo di cui sono capace, sono ansioso, trepidante in casa temendo di far tardi per il concentramento; sono settimane che attendo questa giornata di lotta, e poi mi trovò lì, solo in mezzo alla folla, circondato da sconosciuti che cantano e ballano e ridono e chiacchierano tra loro mentre la musica a tutto volume fracassa i timpani del circondario. Ogni tanto incontro qualcuno di voi: ci guardiamo da lontano, con tenerezza, quasi fossimo amanti lasciatisi malamente ma col sentimento ancora intatto; pare che ci si vergogni della reciproca conoscenza e dei tempi che furono.

Qual è il senso della musica e del DJ in un corteo? Ancora non riesco a capirlo.

Non voglio diventare uno di quei vecchi che dicono “ai miei tempi” però, accidenti! Ai miei tempi si facevano slogan e canti di lotta, il corteo si muoveva ordinato e compatto e ognuno aveva il suo compito: c’era chi distribuiva volantini alle persone che incontravamo per spiegare il motivo della manifestazione, c’erano i compagni che assicuravano il servizio d’ordine, c’erano i rappresentanti delle diverse strutture che discutevano l’ordine degli interventi per il comizio finale. C’era la politica, perdio!

E allora comprendo che non mi trovo più ai miei tempi. Che il mio tempo è passato, che sono come un dinosauro che si è perso la glaciazione e si ritrova disorientato in un mondo sovraffollato e insieme deserto.

Forse posso giusto ricercare piccole dosi di lotta quotidiana, il tanto che basta per non deprimermi del tutto e lasciarmi andare, il metadone del rivoluzionario.

Mi sono iscritto al sindacato, ancorché clandestinamente, che non è bene far sapere al padrone che ho una testa, non si sa mai facesse strani pensieri. Ho una famiglia da mantenere, io!

Ho provato a far presente come le rivendicazioni della mia categoria confliggano con i diritti di altri lavoratori, come un salario più elevato non possa giustificare l’intensificazione smodata della produzione, come la sicurezza sul lavoro non sia merce di scambio in cambio di una flessibilità di orari e mansioni che poi si ritorce sempre contro di noi, di come sia necessario unire le lotte e le organizzazioni sindacali in vista di un complessivo progetto emancipatorio. Mi hanno allontanato, restituito i soldi del tesseramento e invitato a lasciarli lavorare in pace.

A questo punto, pur seduto sul cesso, così, in maniera ridicola, mi trovo a domandarmi: “Che fare?”. E non appena formulo la domanda subito mi si presentano due alternative: cercare di forzarmi ad andare incontro al mondo cambiato, farmi assorbire dalle nuove parole che nuove non sono, dai nuovi soggetti che nuovi non sono anche se non perdono occasione di criticare e stigmatizzare ciò che essi stessi un tempo sono stati; oppure chiudermi a riccio, far voto di silenzio per protesta nei riguardi di un mondo sordo, ché magari non sentendo più alcun brusio lo costringo a sentire se stesso, e chissà ch’esso non si disgusti di sé e decida di cambiare autonomamente.

Intanto la vescica s’è svuotata; il tempo è volato, si sono fatte le sette e trenta del mattino, è ora di andare in ufficio.

Sarà per un’altra notte.

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