Mercoledì di coppa

Una signora di poco più di cinquant’anni si reca al mercato per fare la spesa. Gira e rigira distrattamente tra le dita la lista che ha compilato a casa e la scorre per un’ultima volta, forse la sedicesima: peperoni, melanzane, sedano, carote, pomodori, cipolle, olive nere e bianche, uva passa, pinoli, mandorle, sale, zucchero e aceto. Le dosi le conosce a memoria, non ha bisogno di appuntarle.

Giunge al mercato di buon mattino, come sempre, come ogni mercoledì, perché sa che quello è il giorno che al suo ortofrutticolo prediletto portano la roba fresca. Saluta il signor Giovanni, ormai si conoscono, hanno fatto amicizia. Il signor Giovanni non ha nemmeno bisogno di sentire la signora snocciolare la sua lista, oramai anche lui l’ha imparata a memoria.

Fa cenno al nuovo garzone di preparare le buste per la signora, bisbigliandogli all’orecchio da quali cassette pescare gli ortaggi che questa chiederà, perché non tutti i clienti sono uguali; la signora è speciale e le va dato il meglio.

Il garzone riempie le buste, le pesa e passa lo scontrino al signor Giovanni, che in cassa attende col sorriso la signora, le chiede come va, lei risponde come al solito e le viene applicato uno sconto di cortesia, com’era abitudine da qualche tempo a quella parte. La signora ringrazia e si avvia verso casa.

Il giovane garzone chiede al signor Giovanni come mai quella signora godesse di particolare trattamento, così se un domani si fosse presentata e lui si fosse trovato da solo alla bancarella, avrebbe saputo come comportarsi con lei. Il signor Giovanni gli dice di non preoccuparsi, che finché lui avesse avuto vita in corpo non si sarebbe mai trovato da solo alla bancarella e men che meno a servire quella signora; che tornasse al lavoro, non vede che c’è gente in attesa?

Trascinando i pesanti sacchetti della spesa, la signora entra nel bar sull’angolo sinistro della strada, dove dovrà svoltare per ritornare a casa. Entra e saluta il barista quasi fosse un amico di vecchia data, nonostante continuino a darsi del “lei”.

Il barista non ha bisogno di attendere l’ordinazione. Tira fuori da sotto il bancone il suo miglior prosecco, ghiacciato al punto giusto, e lo versa nel flûte che riserva ai suoi migliori avventori. La signora se lo beve tutto d’un fiato, lascia due euro sul bancone e fa per andar via. Il barista le chiede se può offrirgliene un altro. Lei, di spalle, intenta a prender la via, con un gesto della mano fa cenno di no e ringrazia a bassa voce.

Un ragazzo intento a prendersi il caffè e a mangiare rumorosamente un cornetto, con tanto di bocca aperta per mostrare al mondo le sue abilità masticatorie, esprime tutto il suo apprezzamento per la bevuta della signora, così di buon mattino. Il barista gli intima di chiudere il becco e di non azzardarsi più a proferir verbo su di lei, altrimenti gliel’avrebbe fatta vedere lui.

La signora nel frattempo ha ripreso il suo percorso. È arrivata al tabaccaio dove ogni settimana va a far scorta di tabacco, cartine e filtri, benché non fumi più. L’anziano tabaccaio, il signor Arturo, le regala cartine e filtri, sul tabacco purtroppo non può applicare sconti, è monopolio di Stato. La signora risponde che allora basta il tabacco, di cartine e filtri ne ha zeppa la casa.

Il figlio del tabaccaio, che un giorno rileverà l’attività di famiglia, rimbrotta il padre; già c’è la crisi e non si naviga nell’oro, la gente ha smesso di fumare per risparmiare denaro, e lui si mette a regalare cartine e filtri così, a destra e a manca, ché su quelli possono applicare il prezzo che vogliono, è tutto guadagno? Ma che si era rincitrullito?

Il signor Arturo tira un sonoro scappellotto al figlio. Non si doveva mai più permettere di parlargli in quel modo, altrimenti avrebbe lasciato l’attività in beneficienza a qualche parrocchia. Ma lo sapeva lui chi era quella signora?

La signora, che si chiama Giuditta, nel frattempo è rientrata in casa. Ha posato nello svuotatasche posizionato accanto alla porta d’ingresso il tabacco, che si è andato ad ammonticchiare agli altri pacchetti acquistati negli ultimi due mesi e le relative cartine e filtri, e ha riposto in frigo quanto acquistato al mercato.

Nel primo pomeriggio, dopo la pennichella che solitamente faceva dalle due alle due e mezza una volta terminato di lavare stoviglie e piatti sporcati per il pranzo, avrebbe preso a tagliare le melanzane, metterle sotto sale e attendere che perdessero quel liquido amarognolo che è sempre bene eliminare. Poi avrebbe mondato i peperoni, liberandoli dei semi, tagliato a pezzi non troppo minuti le cipolle, il sedano e le carote, spellato i pomodori e snocciolate le olive.

Successivamente avrebbe fritto le melanzane, rigorosamente in olio d’oliva, le avrebbe messo da canto in un piatto rivestito di carta assorbente per perdere un po’ d’olio di frittura, e con un’altra padella e un altro piatto avrebbe ripetuto la medesima operazione con i peperoni. Quindi avrebbe preparato un bel soffritto di cipolle e poi buttato in padella sedano, carote e pomodori. Atteso che questi appassissero un po’, avrebbe aggiunto le olive, di modo che perdessero quel minimo di olio naturale che avrebbe tanto insaporito il tutto, aggiunto i peperoni e le melanzane oramai pronte per il composto finale e sparso qua e là i pinoli, l’uva passa ammollata per fara gonfiare gli acini e le mandorle. Mescolato ben ben il contenuto della padella – facendo religiosa attenzione a che melanzane e peperoni non si riducessero in poltiglia –, avrebbe spento il fuoco e asperso alcune cucchiaiate di zucchero (andava a occhio, non aveva una dose precisa), quindi irrorato con un bicchiere d’aceto e mescolando delicatamente per far venire a modo l’agrodolce.

Trasferita la caponata in un vassoio di ceramica, avrebbe posizionato qua e là alcune foglie di basilico colte dalla piantina che teneva in balcone e sciacquate con cura, e coperto il vassoio con un paio di fazzoletti per evitare che le mosche lo prendessero d’assalto. La caponata va servita fresca, non fredda di frigo, fresca al naturale.

Una volta terminate le operazioni, avrebbe lavato quanto sporcato e si sarebbe accomodata in poltrona a riposare dalle fatiche della cucinata. Come sempre, da due mesi a quella parte.

Proprio due mesi prima, la signora Giuditta era uscita dal carcere.

Era stata incarcerata per omicidio volontario, con l’aggravante della premeditazione. Non è una storia semplice da raccontare, né tantomeno da ascoltare, tuttavia è la cruda realtà.

Giuditta – non più giovanissima, più che trentenne – aveva sposato un uomo meraviglioso, un contabile impiegato presso una grande azienda, una di quelle che danno da mangiare a tutto il paese tra impiego diretto e indotto. Era un gran lavoratore, il primo ad arrivare in ufficio e l’ultimo ad andarsene. Non gli ci volle molto prima di veder riconosciuti i propri meriti e ottenere una promozione.

Con il conseguente aumento di stipendio, la coppia poté coronare il proprio sogno e metter su famiglia nel vero senso della parola: nel giro di un anno e mezzo, dopo ripetuti tentativi, era venuta alla luce la loro primogenita, Adele, in memoria della nonna.

La bambina succhiava ogni loro energia, piangeva la notte e dormiva durante il giorno, non passava momento di veglia senza scoppiare in rumorosi pianti, eppure ogni giorno che passava i due si ringraziavano l’un l’altra per quello splendido dono che si erano fatti. Poi la situazione cominciò a precipitare.

Il marito, Antonio, stanco e sopraffatto dagli impegni lavorativi e dalla vita familiare – erano trascorsi già alcuni anni dacché la bimba era nata, quasi andava alle elementari ormai –, aveva preso a frequentare alcuni colleghi nuovi, più giovani di lui, coi quali aveva stretto amicizia. Una birra dopo il lavoro è una cosa innocente e normale, finché non si esagera. Il problema fu che Antonio non impiegò molto a scoprire quel periglioso crinale.

La birra dopo il lavoro si moltiplicò per due, una con i colleghi e un’altra non appena questi andavano via, per potersi godere un altro quarto d’ora di pace prima di infilare la chiave nella toppa ed essere assalito dalle incombenze domestiche. Dare una mano a preparare la cena, sistemare dove la bimba aveva lasciato disordine, stare a sentire il racconto di tutta la giornata senza che in fondo gliene importasse granché – roba da mandarlo ai matti!

Trascorso così qualche mese, Antonio risolse che aveva tutto il diritto di potersi godere una serata tutta per sé, tanto più che era lui a tenere in piedi la baracca dal punto di vista economico. Così annunciò a Giuditta che ogni mercoledì, in occasione delle partite di coppa, lui avrebbe trascorso la serata fuori, assistendo alle partite in qualche locale.

Giuditta, niente affatto contenta di questa iniziativa del marito, accolse freddamente le sue parole e rispose che poteva fare ciò che voleva, era un uomo libero. Antonio, non comprendendo la neanche tanto sottile ironia della moglie, prese e portò a casa questa risposta come positiva.

Le coppa, però, duravano tutto l’anno. Almeno in quella famiglia.

Le coppa (no, non era un refuso prima e non lo è nemmeno adesso) nel loro dialetto erano le botte, quelle che Giuditta imparò a conoscere presto.

Una sera attese sveglia il rientro di Antonio, come al solito a notte fonda. Gli domandò dove fosse stato, che avesse fatto, come fosse andata la partita. Antonio era alterato e ne nacque una furibonda lite tra i due, che spaventò a morte la piccola Adele.

Dopo quella sera, Antonio parse cambiato. Il mattino seguente si scusò dell’accaduto e promise che quella situazione non si sarebbe più ripetuta. E per alcune settimane andò così. Poi, un’altra notte di un altro mercoledì di coppa, Giuditta venne svegliata bruscamente dal marito, che senza proferir verbo le mollò un ceffone che la rintronò. Mente la batteva, la accusava di ogni cosa possibile e immaginabile: di aver fatto gli occhi dolci a un altro uomo al supermercato, di non badare alla figlia e alla loro famiglia, che stava con lui solo per i suoi soldi e di pensare solo al proprio interesse, che era un’ingrata, una stronza e via di questo passo.

Antonio non era mai stato un uomo di grande immaginazione; e difatti la sua mente annebbiata dall’alcol non era riuscita a inventarsi scuse meno banali per dar sfogo alla propria bestialità.

Giuditta non tentò nemmeno di domandarsi il motivo di tanto livore del marito nei suoi confronti. Sapeva solo che lo amava, anche se non era più l’uomo del quale s’era innamorata. Sempre più nervoso, irritabile, suscettibile e pronto a menar le mani – ogni giorno poteva diventare un mercoledì di coppa.

Eppure lei lo amava ancora. Lo difendeva con i vicini di casa, che dalle pareti sentivano tutto e consigliavano alla donna di prender provvedimenti, o avrebbero pensato loro a chiamare la polizia; mentiva apertamente quando qualcuno le domandava come si fosse provocata i lividi che portava addosso, inventandosi improbabili capitomboli che nemmeno nei cartoni animati; catechizzava Adele circa i perché del nervosismo del padre, motivandolo quale prova dell’amore che nutriva per loro.

Andò avanti così per mesi, anni. Avevano trovato un equilibrio tale per cui lei aveva imparato a gestire la violenza del marito, a prenderle dove sapeva che nessuno avrebbe notato i lividi, a pensare ad altro durante quei minuti di follia, le prime volte interminabili e poi sempre più normali.

Normali. Normali. Erano diventati la norma, la routine, il regolo del loro rapporto.

A Giuditta cadde dalle mani la pentola che stava per riempire d’acqua per metter su la pasta. Fortunatamente era ancora vuota, fece un gran rumore ma non vi furono conseguenze. Giuditta era stato colta alla sprovvista da quel pensiero, preludio alla presa di consapevolezza del significato, del senso di quella conclusione; un’epifania come poche se ne possono avere in questa breve esistenza.

Senza neanche saperne il perché, corse nella cameretta di Adele, pensando di trovarvela, ma la ragazza – che nel frattempo stava diventando una donna – non era ancora tornata da scuola. Giuditta si smarrì beata lungo le pareti della stanza della figlia: quanti bei disegni, com’era diventata brava. Li progettava con maniacale attenzione ai particolari, curandosi di riprodurre fedelmente quanto aveva intorno. Le foglie dei suoi alberi non erano mai uguali tra loro, i suoi tramonti seguivano il naturale declinare della luce sul mondo – neanche li disegnasse col goniometro, faceva tutto a mano libera! –, i suoi ritratti rappresentavano tutte le rughe, le pieghe della pelle, il trascorrere del tempo.

Su una serie di ritratti disposti uno di fianco all’altro in progressione cronologica, gli occhi di Giuditta si sbarrarono. Al tenero sentimento che la stava accompagnando in quel viaggio nel mondo segreto della figlia s’era sostituito, tornando imperioso, il pensiero che a momenti stava per scassarle il piede destro, se non avesse avuto l’accortezza di toglierlo dalla traiettoria della pentola. Una serie di schizzi, datati in occasione del compleanno di Giuditta, tratteggiavano anno dopo anno una donna con uno sguardo che si andava vuotando. Era lei, intenta a preparare la caponata, il suo piatto preferito, il piccolo vizio che si concedeva ogni anno per quell’occasione speciale. In un disegno tagliava le verdure, in un altro metteva l’olio sul fuoco, in un altro ancora era stata ritratta di rientro dal mercato, carica dei sacchetti ricolmi di alimenti.

Lungo quel viaggio nel tempo non cambiava quasi niente del soggetto prescelto, all’infuori del taglio di capelli e di un viso sempre meno solare. Giuditta aveva davanti gli occhi il suo sorriso che andava declinando di anno in anno, così come l’evoluzione del suo sguardo, nei primi schizzi diretto verso l’osservatore, come se Adele avesse scattato una fotografia, e con l’andare del tempo sempre più distratto, sperduto, distante da sé.

Fortunatamente erano solo tratteggiati a matita, senza alcun colore, altrimenti avrebbe avuto anche l’evidenza delle punte delle sue dita che erano andate ingiallendosi, poiché da alcuni anni al vizio della caponata aveva aggiunto quello del fumo, che sua figlia le rimproverava ogni volta che ne aveva occasione, non comprendendo quanto le fosse necessario per lenire il suo dolore.

L’epifania si compì. Giuditta tornò a metter su l’acqua per la pasta.

Quella sera, da sola in casa poiché tutti avrebbero passato la serata fuori, si accomodò in poltrona e, cambiando un canale dopo l’altro, finalmente trovò la diretta della partita. Era un mercoledì di coppa.

Terminato l’incontro andò in bagno, si rinfrescò e si preparò per andare a letto, indossò la camicia da notte, si assicurò che il gas fosse chiuso, spense tutte le luci e andò in camera da letto, dove prese sonno con la serenità dei giusti.

Sentì la chiave infilarsi nella toppa e si levò a metà sul letto. Quasi fosse un segnale convenuto, ripassò a mente i passi successivi e richiuse gli occhi, adagiando nuovamente il capo sul guanciale.

Poteva percepire l’odore dell’alcol emanente dalla bocca di Antonio mentre rumorosamente si spogliava dei vestiti, sentire ogni suo minimo grugnito, gustare gli attimi che l’avvicinavano al concretarsi del suo intendimento.

Aveva ancora gli occhi semichiusi quando la raggiunse il primo pugno di quella bestia che per anni aveva scambiato per un marito. Scartò sulla destra, scivolò giù dal letto per rialzarsi di scatto e colpirlo alla gola con il coltello che aveva tenuto serrato tra le mani in attesa del momento giusto. Antonio aveva perduto l’equilibrio e s’era ritrovato adagiato sul letto a faccia in su, mostrando il preciso punto nel quale Giuditta lo colse con la sua lama, fredda e decisa come la sua volontà, che non tentennò nemmeno per un istante mentre la affondava nella giugulare di quel maiale che respirava gli ultimi aliti di una vita indegna che indegnamente si concludeva.

In primo grado le avevano dato venticinque anni di pena, quindi ridotti a undici in secondo grado per poi scendere a quattro anni e otto mesi di reclusione, anche in virtù della pressione dell’opinione pubblica che immediatamente si schierò al fianco di colei che venne identificata come un’eroina, una figura e una storia che avrebbero segnato una rinascita per tutte le donne.

Nel frattempo, però, i servizi sociali e i giudici le avevano tolto Adele, affidata a un’altra famiglia che non voleva proprio saperne di fargliela incontrare nuovamente, una volta uscita dal carcere.

Dopo quattro anni e otto mesi di reclusione, Giuditta si precipitò nuovamente in camera della figlia, trovandola spoglia di ogni cosa ad eccezione di un grande album da disegno, ov’erano rimaste custodite le sue opere di gioventù. Lo scartabellò nervosamente, un foglio dopo l’altro, finché non ritrovò quella serie di suoi ritratti intenta a preparare la caponata.

Le parse che il tempo non fosse mai trascorso, che quelli anni fossero stati solo un brutto incubo dal quale s’era risvegliata appena in tempo per poterne anticipare la conclusione. Era mercoledì, quindi si pettinò i capelli alla bell’e meglio, prese un paio di sporte per la spesa e si precipitò al mercato.

Da allora, ogni mercoledì dei due mesi trascorsi, Giuditta attende in silenzio, davanti a un piatto di caponata e ai disegni della figlia esposti bene in vista lungo le pareti della sala da pranzo, che dalla porta d’ingresso suoni il campanello, una ragazzina piena d’entusiasmo e d’amore la sorprenda con un abbraccio, cominci a cantarle Tanti auguri a te e la sua vita ritorni e riprenda a scorrere felice come una volta era stata.