Una storia a metà

Eravamo accovacciati accanto all’ingresso di una banca nel corso principale della città. Solitamente non potevamo star lì a riposare, ma in certe serate d’inverno era necessario ripararsi sotto i portici. Durante la settimana, con tutto il viavai di gente che c’era, non appena faceva giorno si presentavano delle persone in uniforme a dirci che dovevamo andar via, che la gente di là doveva passare per entrare e che facevamo schifo. Non saprei dire cosa intendessero con ciò, eravamo i soliti di sempre; evidentemente il nostro essere i soliti risultava schifoso alla gente.

Eravamo in due, ma non saprei dirvi il nome del mio compagno. D’altronde, a dirla tutta, non conosco nemmeno il mio. Si è sempre rivolto a me chiamandomi «amico mio», «mio caro», «fratellino». Una volta mi ha chiamato addirittura «tesoro», ma mi sa che era un po’ fuori di sé.

Non importa, comunque. Anche se non ci chiamavamo per nome né sapessimo molto l’uno dell’altro, per quanto possa sembrarvi strano eravamo inseparabili.

Ero un cucciolo quando mi prese con sé, guaivo al minimo rumore per paura di non so nemmeno cosa, era istintivo; era una notte di tardo autunno, sentivo tanto freddo quando lui mi avvolse nella giacca che si era sfilato di dosso e mi scaldò finché non mi addormentai beato.

Se volete posso anche mettervelo per iscritto: quello è stato il momento più bello della mia vita.

Quel giorno non venne alcun uomo in divisa a farci sloggiare. Il mio amico mi disse che era domenica, perciò la banca era chiusa e non sarebbe venuto nessuno a mandarci via – anche se continuavamo a fare schifo, ci tenne a ricordare. Poi si corresse, e si scusò: era lui a fare schifo, ne era consapevole, tuttavia non voleva arrendersi e adattarsi a un mondo che lo detestava, con sentimento reciprocamente ricambiato.

Non so per quale motivo, quel mattino ci tenne a parlarmi diffusamente. Attenzione, non che parlassimo molto, anzi. Le nostre conversazioni si animavano quasi sempre sul far della sera, dopo che lui era riuscito a racimolare il necessario per comprare una scatoletta di cibo per me e del pane e un paio di confezioni di un liquido in cartone che non sapevo cosa fosse ma non me ne volle dare mai un goccio, per lui. A metà della prima confezione avviava la conversazione, quasi sempre anticipata da una grassa e fragorosa risata che oramai era diventata per me il segnale d’avvio dei nostri colloqui.

Nonostante la stagione fredda, quel mattino il sole era alto in cielo. Eravamo svegli da un bel po’. Avevamo fatto un giro dell’isolato, giusto il tempo di trovare un posto per fare i nostri bisogni, io i miei, lui i suoi. Poi tornammo a sederci accanto al portone della banca. Tirava un forte vento e ripararsi sotto i portici ci consentiva di non patire troppo il freddo.

Doveva essere di malumore, poiché nessuna risata introdusse il suo discorso, semplicemente – dacché fissava un punto fermo davanti a sé – improvvisamente volse lo sguardo verso di me e disse: «Ragazzo».

Mi tirai su di scatto, ogni muscolo del mio corpo era teso, eccitato quasi, pronto a partire alla volta di chissà quale avventura. Mi disse di stare calmo, di non agitarmi troppo: voleva solo parlarmi. Mi invitò ad accomodarmi, così mi accucciai stretto stretto alla sua gamba di modo che mentre parlasse potesse accompagnare le sue parole con quel tenero carezzarmi la schiena o sotto il muso che mi piaceva tanto ogni volta che lo faceva.

Prese a parlarmi della sua vita, una storia sentita tante volte ma sempre piacevole. Mi raccontò che quando era giovane voleva cambiare il mondo, rivoltarlo come un calzino, dare pane ai poveri e calci in culo ai ricchi. Erano bei sogni, aggiunse, bei sogni di gioventù che solo un potere dispotico com’è quello della realtà era in grado di abbattere.

«Il tempo, amico mio – sentenziò –, il tempo è il cazzo in culo più grande e insieme più delicato che ti possa prendere alla sprovvista. Non lo senti arrivare, non lo senti passare, eppure è sempre lì, presente. Né passato né futuro, è lì, presente anche se non lo vedi, come la nebbia.»

Girai la testa a tre quarti lasciandola inclinata verso destra, con le orecchie penzoloni che non riuscivano a comprendere molto di quelle parole. Per tutta risposta lui mi grattò ancora sotto il mento, così io posai nuovamente il muso sulla sua coscia tenendo lo sguardo fisso sul suo viso come a chiedergli di proseguire il discorso.

Non era sicuro che io capissi, ma volle spiegarmi il principio di Lavoisier. Una volta mi aveva raccontato d’esser stato un fisico, di essersi laureato con il massimo dei voti e che avrebbe avuto davanti la prospettiva di una grande carriera accademica nel suo campo se non si fosse bruciato ogni possibilità quando aveva scoperto e denunciato il rettore della sua università per corruzione e abuso d’ufficio perché truccava i concorsi pubblici al fine di favorire gli amici dei suoi amici. Cosa significasse, non l’ho mai capito.

In sintesi, e anche un po’ rozzamente, mi spiegò che il principio di Lavoisier sosteneva che nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Non era difatti una gran novità nella scienza, benché fosse stata accolta come tale. Già un tale di nome Democrito, e ancor prima un altro che si chiamava Anassagora, l’avevano formulato in maniera simile parecchi secoli prima del francese.

Lui non ci vedeva altro che il solito, vecchio sotterfugio dei borghesi. Mi citò un tizio che non mi ricordo come si chiamasse, ma che aveva scritto in un romanzo una parafrasi della mistificazione di quel principio: cambiare tutto affinché non cambi nulla.

Lui – e ci teneva sempre a precisarlo, com’era noioso! – ci aveva provato a trasformare quanto aveva intorno senza distruggere né creare alcunché, eppure s’era scontrato con la realtà. Il rettore venne discolpato nel giro d’un batter di ciglia e pochi mesi dopo il suo assegno di ricerca venne ritirato e lui si ritrovò senza lavoro.

Provò così a cercar lavoro fuori dall’ambito accademico, ma nessuna azienda aveva bisogno di un fisico – «a chi serve un fisico, in effetti?!», sbottò a un punto balzando in piedi, e io, che lo seguii pensando che stessimo partendo per un’altra passeggiata, rimasi deluso nel fare la conoscenza di quella che viene definita “domanda retorica”.

Così tentò di riciclarsi come cameriere, barista, manovale, giornalaio, garzone di bottega in macellerie e panifici – ma nessuno di questi tentativi ebbe successo. Dopo circa tre mesi, mediamente, finito il lavoro o la stagione di affluenza del pubblico veniva puntualmente messo alla porta con tanti ringraziamenti, un’imbarazzata stretta di mano e i migliori auguri per il futuro. Poi ebbe l’epifania.

Passeggiava di ritorno dall’ennesimo giro porta a porta per consegnare il suo curriculum – oramai tutta la città aveva il suo numero di telefono e i suoi dati personali – quando, tra uno scotimento di testa e l’altro e tra un calcio alle pietre staccatesi dal marciapiede e l’altro, il suo sguardo si fissò su un cartellone che annunciava un concerto gratuito nella piazza principale della città. Avrebbero eseguito il Concerto per pianoforte e orchestra op. 54 di Robert Schumann. Al pianoforte si sarebbe esibito un ragazzo molto talentuoso di appena quindici anni considerato un genietto della musica nonostante la giovane età.

Prese nota della data e dell’orario e venti minuti prima del concerto aveva già preso posto nelle sedie predisposte dal Comune per assistere all’esibizione. Si sentì un po’ in colpa quando si accorse d’essere accerchiato da persone di veneranda età; sicuramente qualche anziano signore, o qualche anziana signora, era rimasto in piedi a causa sua. Si guardò intorno ma non notò nessuno che cercasse o reclamasse posti a sedere, così la sua coscienza si placò.

Presentatasi l’orchestra al gran completo e principiato ad accordar gli strumenti, ogni sua remora morale venne definitivamente abbattuta. Come gli orchestrali accordavano gli strumenti, così i convitati accordarono e sincronizzarono i colpi di tosse e gli schiarimenti di gola. Non avevano mica intenzione di fare così per tutto il tempo?

Poi entrò lui. Il ragazzino di quindici anni, il genietto, con uno smoking più grande di lui e quell’aria impaurita che solo l’innocenza riesce a restituire senza vergogna. Si fregava le mani ma non come a significare sicumera o spavalderia, tutt’altro: si vedeva ch’era emozionato, terrorizzato al solo pensiero di far brutta figura. Probabilmente c’erano i genitori appostati da qualche parte, e, perché no?, l’intera famiglia forse s’era radunata in piazza per quello che, se non era il debutto, certo doveva essere una delle prime apparizioni in pubblico del loro ragazzo.

Il genietto s’apprestò al pianoforte e prese anche lui gli accordi con lo strumento e col resto dell’orchestra. Come prevedibile, anche gli spettatori fecero nuovamente le prove per intonarsi al nuovo strumento.

Quindi l’esibizione cominciò.

Mi raccontò che l’inizio gli parse un po’ stentato, ma probabilmente quell’impressione era dovuta al fatto che non era avvezzo alla Musica, quella con la maiuscola, e doveva certo esser stato lui a prendere una cantonata, perché dopo pochi minuti scrosciarono applausi. Il ragazzo aveva riscosso successo, anche se non aveva suonato molto.

Poi guardò l’orologio, e solo allora si rese conto che erano trascorsi più di quaranta minuti!

«È stato – lascio la parola a lui, non riuscirei proprio a parafrasarlo –, è stato come squarciare il velo davanti agli occhi per la prima volta in vita mia. Ascoltavo immobile, ammutolito, ogni mio muscolo era teso in direzione del palco. Non so se ti sia mai capitato di ascoltare questo concerto, ti giuro che non appena capiterà l’occasione te lo farò sentire: il pianoforte, il protagonista della storia, dialoga con l’orchestra, il mondo circostante, esattamente come ognuno di noi si trova ad aver a che fare col mondo. È un mondo che ti irretisce, ti attrae, ti fa sentire a tuo agio, ti convince d’esser nel posto migliore possibile, in una parola ti illude. Poi c’è la pausa. Il silenzio. Un silenzio che dura meno di un respiro e che purtuttavia ti dice la verità. La verità che non esiste alcuna verità. Che tutta quella bellezza, tutto quel candore, tutta quella magia nella quale stai crogiolandoti non esiste, è fittizia. È il modo in cui il mondo cerca di fotterti.

La verità è quella specie d’errore senza la quale l’uomo non potrebbe vivere. È quella convinzione che A sia uguale ad A, B uguale a B e via di questo passo. Poi, in un istante – di lucidità, di malumore, di allegria, di tristezza, boh? – si presenta, inatteso e indesiderato come uno schiaffo assestato con la giusta potenza proprio nel punto in cui ti fa più male e ti rivela che era tutta una menzogna. Ecco, questo è stato per me quel concerto. La consapevolezza che non esisteva alcuna direzione, alcuna verità, alcun senso per me.

Dolore? No, ragazzo mio. Gioia. Gioia! È stata gioia per me. Mi sono sentito libero. Libero di non dover più sottostare a una legge scritta da altri, libero di non dover più deludere le aspettative di nessuno, libero di decidere da me ciò che sarebbe stato della mia vita. E io la vita voglio viverla in attesa. Aspettando ciò che verrà, la pioggia, il sole, la neve, non importa. È la mia scelta. L’ho voluto io. Amor fati. E se a qualcuno non sta bene, che m’importa?

Io, quel giorno, capii che Dio non esiste. Perché vedi, quando si vive quella sensazione ci si rende subito conto che solo una è la cosa che conta: Mamma Sofia. Conosci Mamma Sofia?»

Non avevo mai sentito parlare di Mamma Sofia, se non da lui. Era un tormentone che tirava fuori ogni volta che superava la metà del secondo cartone di quel liquido che non sapevo cosa fosse ma che non mi volle mai far assaggiare.

Diceva sempre che Mamma Sofia non ci guarda, non ci sente e non ci annusa, ma che è sempre presente. Non presente come quella cosa che qualcuno chiama Dio – che era a suo dire solo uno stratagemma per far sentire in colpa quelli come noi.

Diceva che Mamma Sofia era sempre presente ma mai con noi, dovevamo cercarla. Che ogni scoperta, ogni nuova idea, ogni sforzo per avvicinarsi a lei era la prova provata che abbiamo un’umanità, un’essenza. Tuttavia, aggiunse, erano tentativi destinati a fallire. Ogni volta che si crede d’esserle vicino, ecco che lei sfugge, va via: pensiamo si nasconda proprio lì eppure non la troviamo mai. Aggiunse anche che è giusto che sia così: perché qualora la scoprissimo, ecco che smetteremmo d’essere ciò che siamo.

Lui aveva voluto dedicarsi anima e corpo alla ricerca di Mamma Sofia. Non cercò più lavoro, si gettò con ogni energia nello studio e nella preparazione per rientrare in accademia, certo prima o poi le cose sarebbero cambiate: i corrotti sarebbero stati destituiti e quelli come lui avrebbero preso il posto che compete loro. Studiò e si preparò per anni, ma quel momento non arrivò mai. Il rettore rimase al suo posto e così anche lui – che nel frattempo aveva sperperato ogni risparmio, perduta la casa e dovuto vendere a prezzo stracciato i suoi averi per sopravvivere, finché il suo tragitto non lo aveva condotto a me e poi al portone di quella banca dove stavamo parlando.

Come previsto nei giorni di peggior malumore, nonostante la sua indefessa fede non aveva ottenuto i risultati sperati. Attendeva e sperava che prima o poi Mamma Sofia riuscisse a convincere le persone che aveva intorno della sua bontà, che il sapere è più fecondo del potere.

Ma era difficile, difficilissimo coinvolgere il mondo in quella ricerca. La gente aveva preferito crogiolarsi, a distanza da Mamma Sofia, tra le braccia di Agnoia che preferisce assistere immobile all’assassinio di Laio, perché lei offriva soluzioni semplici, di facile conseguimento, “democratiche”, dove uno vale uno, alla portata di tutti.

Il principio di Lavoisier diceva il vero, a dispetto delle evidenze. Tutto si trasforma, ma non necessariamente in meglio.

«La pigrizia – sentenziò – questa pigrizia, ragazzo mio, ci ha portato alla rovina. E ancora non ha concluso il suo lavoro…»

Furono le ultime parole che gli sentii pronunciare. Dopo di esse – s’era fatta sera – s’accasciò sul fianco destro e prese a russare peggio d’una segheria.

Io mi allontanai per pochi minuti, giusto il tempo di fare i miei bisogni dato che avevo mangiato abbondantemente – non sapevo perché, ma la domenica la gente era più generosa dunque feci un pranzo luculliano –, quindi tornai ad accovacciarmi al suo fianco. Magari il mattino dopo avrebbe proseguito la storia.

Aprii gli occhi alle prime luci dell’alba, lui ancora dormiva. Mi feci forza e resistetti alla tentazione di approssimarmi alla medesima aiuola della sera prima per non lasciarlo solo, poi a un certo punto non ce la feci più e andai in bagno.

La gente cominciava a girarci intorno, e io – convinto che volessero aggredirci – feci muso duro a chiunque si avvicinasse.

Poi, dato che era lunedì, era normale che qualcuno venisse a dirci di sloggiare, così tentai di infilare il mio muso sotto la sua mano destra che teneva il mento staccato dal pavimento, ma lui non rispose.

Il tizio in uniforme perse la pazienza, così gli dette un calcione. Ma lui non si mosse. Allora tentò di smuoverlo – sempre a pedate –, senza alcun risultato.

In breve si avvicinò un altro tizio, poi un altro, quindi altre persone con un’altra uniforme.

Lo tirarono su e lo portarono via con un grosso furgone bianco: forse ci avevano trovato una casa e lo stavano accompagnando lì per vederla!

Non mi portarono con loro, ma chiamarono un tale che mi prese delicatamente per il collo e mi mise addosso un aggeggio grazie al quale mi ha condotto dove mi trovo adesso. Sono qui da qualche giorno, mi danno da mangiare e da bere, sono tutti molto gentili con me, però non mi basta.

Voglio sapere come finirà la storia, ci penso da quando sono arrivato qui.

Spero che il mio amico venga presto a riprendermi, mi porti nella nostra nuova casa e completi il suo racconto.